Marcolino's profileVivo, sono partigianoPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
November 29 Siamo ormai alla persecuzione delle opinioniPubblichiamo la lettera-denuncia di Donatantonio Auria operaio Fiat di Melfi, licenziato perché primo firmatario dell'appello per il Partito Operaio.
Mi chiamo Donatantonio Auria e sono un operaio della SATA licenziato da circa un anno. Con grande tempismo l’azienda mi ha buttato fuori appena ha saputo del mio coinvolgimento in un’inchiesta su terrorismo e sovversione. A niente è servito che il giudice di quell’indagine escludesse quasi subito sia me che gli altri operai SATA coinvolti, perché eravamo completamente estranei ai fatti indagati. La SATA ha continuato a tenermi fuori dallo stabilimento, già dimostrando con questo atteggiamento che la vera ragione del mio licenziamento non era l’inchiesta, ma il fatto che io fossi un operaio attivo nella difesa dei diritti degli operai.
Da quel momento ho fatto tutti i passaggi legali che si fanno per ritornare al proprio posto di lavoro in questi casi. Il mio sindacato, la FLMUniti-CUB, ha accusato la SATA di comportamento antisindacale, ma la magistratura ha rigettato il ricorso, perché l’FLMUniti non sarebbe un sindacato "nazionale". Ho allora fatto ricorso al "700" per la riammissione d’urgenza al lavoro per i gravi impedimenti che la perdita del salario mi stava causando. Il giudice ha rigettato anche questo ricorso spiegandomi che il fatto che io non percepissi il salario non era di per sé "un grave impedimento" per me, per mia moglie e per i miei tre figli a carico. Attualmente sto facendo ricorso contro la prima sentenza sul 700 e il 27 novembre si è avuta la prima udienza del nuovo ricorso legale. In quella sede, il mio avvocato ha fatto presente al giudice che il presupposto fondamentale del mio licenziamento (presupposto già di per sé illegittimo dato che uno non può essere licenziato solo in quanto indagato, né rinviato a giudizio, né condannato) era decaduto da mesi, precisamente da marzo 2008. Quindi, chiedeva di tenerne conto nel ricorso attuale sul 700. E qui la SATA, tramite i suoi avvocati ha rilanciato. Ha presentato al giudice un documento politico pubblico di cui io sono uno dei firmatari, in cui si afferma la necessità nell’attuale crisi economica che gli operai costruiscano una propria organizzazione politica indipendente, un proprio partito. E’ un appello pubblico su cui si può dissentire, ma non lo si può certo presentare come "corpo di reato", almeno fino a quando in Italia sarà formalmente garantita la libertà di opinione e di organizzazione politica. Invece, la Fiat è andata tranquillamente oltre. Pur ammettendo che il mio comportamento non ha alcuna rilevanza penale, gli avvocati della Fiat hanno giustificato il mio licenziamento sulla base delle mie opinioni politiche, sulla base della mia convinzione, condivisa da tanti altri operai, che questo modo di produzione ci sta portando alla rovina e che perciò deve essere superato. Io e gli altri miei compagni licenziati abbiamo sempre sostenuto che il vero motivo del licenziamento non era il coinvolgimento nell’inchiesta, ma il fatto che la Fiat ha voluto liberarsi di noi che abbiamo sempre difeso senza compromessi gli interessi di tutti gli operai. Con quest’ultimo atto, la Fiat-Sata ha definitivamente gettato la maschera. Il vero motivo per cui mi tiene fuori la fabbrica e senza salario sono le mie convinzioni politiche, convinzioni da me maturate nel corso delle lotte che da anni si svolgono a Melfi. Siamo alla persecuzione delle opinioni. Senza potermi accusare di nessun comportamento concreto, sanzionabile penalmente o contrattualmente, la Fiat pretende di licenziarmi per le mie opinioni politiche, liberamente e legittimamente espresse. In ogni caso la prossima sentenza, ci farà sapere se per la magistratura di Melfi l’operaio che ha opinioni diverse dal proprio padrone compie per questo un reato che va punito col licenziamento. In realtà, nonostante che nel primo pronunciamento sul 700 si è arrivati a sostenere che io e la mia famiglia possiamo tranquillamente campare, in attesa della sentenza di merito, con i quattro soldi di liquidazione che ho preso, spero che i giudici di Melfi non asseconderanno la pretesa della Fiat di licenziare tutti gli operai che hanno opinioni non gradite all’azienda. Avigliano, 28/08/2008 Donatantonio Auria http://donatoauria.blogspot.com/ November 25 Il PartitoIl Partito è un uragano denso
di voci flebili e sottili e alle sue raffiche crollano i fortilizi del nemico. La sciagura è sull' uomo solitario, la sciagura è nell' uomo quando è solo. L' uomo solo non è un invincibile guerriero. Di lui ha ragione il più forte anche da solo, hanno ragione i deboli se si mettono in due. Ma quando dentro il Partito si uniscono i deboli di tutta la terra arrenditi, nemico, muori e giaci. Il Partito è una mano che ha milioni di dita strette in un unico pugno. L' uomo ch' è solo è una facile preda, anche se vale non alzerà una semplice trave, ne tanto meno una casa a cinque piani. Ma il Partito è milioni di spalle, spalle vicine le une alle altre e queste portano al cielo le costruzioni del socialismo. lì Partito è la spina dorsale della classe operaia. Il Partito è l' immortalità del nostro lavoro. Il Partito è l' unica cosa che non tradisce Majakovskij, il Partito (1913) November 17 Presentazione del libro Cuori RossiInvitiamo a partecipare alla presentazione del libro Cuori Rossi
intervengono:
Cristiano Armati (autore del libro)
Nunzio D'Erme (Action)
Vincenzo Miliucci (Cobas)
Cesare Bermani (storico)
organizzano:
Resistenza Universitaria
http://blog.libero.it/ResistUnivers/
Collettivo Senza Tregua
November 15 Appello per la manifestazione nazionale contro le stragi e morti sul lavoro6 dicembre 2007: strage di 7 operai alla ThyssenKrupp di Torino
6 dicembre 2008: non dimentichiamo tutte le stragi e morti sul lavoro Il 6 dicembre di un anno fa un rogo sprigionatosi all’interno dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino faceva strage di 7 operai. Sette vite bruciate e sette famiglie lasciate nella disperazione. Forte fu la commozione e l'eco in tutto il Paese. Le massime autorità dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica Napolitano, dichiararono che avrebbero fatto l'impossibile affinché stragi come quella di Torino non fossero più avvenute. Spenti pian piano i riflettori dei mass-media, la questione della sicurezza sul lavoro è sparita dall’agenda politica di governi e parlamenti, sostituita da quella - montata ad arte - della "sicurezza" nelle città, della psicosi dell’immigrato stupratore, rapinatore, pirata della strada o altro, dimenticando che secondo studi della stessa UE, le città italiane sono le più "sicure" d'Europa... Ma tant’è. Si mandano forze di polizia e militari nelle città, ma non si fa un passo per garantire incolumità e sicurezza a chi vive di lavoro. La strage di Torino non è stata la prima e, purtroppo, non è stata l’ultima: i circa 4 morti al giorno nei luoghi di lavoro dovrebbero suonare come un sonoro schiaffo per qualsiasi società che abbia la presunzione di definirsi "civile". Ma in Italia no: qui non solo si continuano a varare provvedimenti assolutamente insufficienti, soprattutto dal punto di vista delle azioni di contrasto e di sanzione nei confronti delle aziende, come da quello dei poteri e delle agibilità degli RLS e degli ispettori INPS o INAIL (come il nuovo Testo Unico, Legge 81/2008), ma a questi si affiancano leggi e decreti come quello sulla detassazione degli straordinari (Legge 126/24 del luglio 2008), quello sulla deregolamentazione del mercato del lavoro (Legge 133 del 5 agosto 2008), la direttiva del Ministero del Lavoro che indebolisce i servizi ispettivi del ministero stesso e dell'INPS (settembre 2008), e, ultimo solo per tempo, il ddl 1441 quater attualmente in discussione alla Camera, che vorrebbe sterilizzare i processi e legare le mani ai giudici del lavoro. Il segnale è purtroppo molto chiaro: da un parte si continuano a garantire condizione di massima redditività delle aziende (cioè massimi profitti), dall’altra si aumenta la precarietà, si allunga l’orario di lavoro, si controllano di meno le violazioni in termini di sicurezza, diminuendo quindi la tutela della salute e dell’incolumità del lavoratore, così come di chi vive in città o quartieri vicini ad impianti industriali: ecco che, quindi, l’immigrato che lavora nel cantiere si trova nella stessa barca con l’operaio Fiat, con l’abitante di Taranto che respira le polveri tossiche dell’ILVA o con il valsusino che rischia di morire di amianto se partiranno i lavori del TAV... Siamo stanchi di restare a guardare, spettatori/vittime di una macabra rappresentazione che coinvolge, direttamente o indirettamente tutti noi. Il 6 dicembre saremo a Torino e sfileremo dalla Thyssenkrupp al Palagiustizia non solo per ricordare i nostri 7 compagni di lavoro morti nel rogo di un anno reclamando giustizia in un processo che sta per entrare nel vivo, ma per ricordare tutti i lavoratori e le lavoratrici che ogni giorno perdono la vita o subiscono gravi infermità perché qualcuno, per volersi arricchire sempre di più, li fa lavorare sempre di più, sempre più velocemente e in condizioni sempre più insicure. Il "processo Thyssen" è giunto ad un grande risultato senza precedenti nella storia della giurisprudenza italiana: i lavoratori vengono ammessi dal Gup come parte lesa e quindi riconosciuti come parte civile in un processo contro i sei dirigenti della multinazionale tedesca per il rischio che hanno corso lavorando in un’azienda (peraltro già chiusa), così come purtroppo ha colpito i nostri cari sette compagni in quella tragica notte. Sappiamo che questo non basta: siamo coscienti che sarà possibile invertire questo drammatico corso di sangue e di morte (una "guerra" che fa più vittime della guerra in Iraq o delle guerre di mafia) solo se riusciremo ad affermare un punto di vista che è chiaramente, senza se e senza ma, quello di salvaguardare la salute, la sicurezza nei luoghi di lavoro e di fare sempre e comunque gli interessi delle lavoratrici/ ori scegliendo fino in fondo e senza ambiguità da che parte stare, ossia dalla nostra parte, con orgoglio e dignità. Quella di chi lavora. Per questo facciamo appello a tutte le organizzazioni sindacali, alle associazioni dei familiari, ai medici e ai giuristi sinceramente democratici, agli ispettori del lavoro, dell’INPS e dell’INAIL, ai giornalisti coscienziosi, ai giovani e agli studenti che in queste settimane stanno difendendo il loro futuro, a partecipare e a sostenere questa manifestazione. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno al nostro posto. Torino il 6 dicembre 2008 - Manifestazione con concentramento di fronte allo stabilimento ThyssenKrupp, Corso Regina Margherita 400, ore 09.30 Associazione LEGAMI D'ACCIAIO (ex-operai ThyssenKrupp e familiari delle vittime) RETE NAZIONALE PER LA SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO
per adesioni November 10 Ambulante bengalese picchiato a Fontana di TreviGli avvenimenti accaduti negli ultimi mesi ad Enanul Hoque, cittadino del Bangladesh di 28 anni, rappresentano la trama di una storia di crudeltà, che si manifesta sempre più frequentemente in questo paese.
E’ una vicenda comune di cittadino straniero che il 19 Agosto si reca alla Questura di Roma per presentare la richiesta di asilo, che non viene accettata per l’aver eletto come domicilio la nostra l’associazione.
E’ una vicenda comune di cittadino straniero che per sopravvivere vende souvenir ai tanti turisti, che affollano questa città. Come gli altri giorni, il 5 Novembre Enanul è a Fontana di Trevi a svolgere la vendita ambulante, con gli oggetti in mano in maniera da non occupare il suolo pubblico. Quel giorno però non sarà come gli altri, perché incontrerà i nuovi sceriffi della città, appositamente addestrati da un "bravo maestro", ovvero dal Comandante Generale della Polizia Municipale di Roma, Buttarelli, artefice, con l’appoggio dei fascisti, il 17 Gennaio 2008 dell’attacco alla comunità bangladese, con la frase "questi immigrati bisogna mandarli via nel loro paese".
Enanul viene fermato brutalmente. Caduto, viene trattenuto, calpestato e schiacciato in terra dai piedi di diversi agenti della polizia municipale. I passanti protestano. Qualcuno di loro chiama l’ambulanza.
Enanul viene ricoverato all’Ospedale "San Giovanni" per una gamba rotta ed è lì in attesa di un intervento chirurgico. In questo stato, oltre a ricevere il danno, arriva la beffa: viene raggiunto il 6 Novembre in ospedale dalla notifica di una multa amministrativa (tralasciamo che il documento è stato volutamente datato il giorno 5!) e, coerentemente agli insegnamenti del proprio maestro Buttarelli, dalla minaccia "se denunci il fatto ti mando direttamente in Bangladesh".
Enanul non sapeva che in ospedale si prendessero le impronte digitali, né sapeva che alcuni nuovi sceriffi, in attesa di armarsi di pistola, sono già dei picchiatori nati.
Enanul Hoque sarà una delle persone che parteciperanno il 12 dicembre allo sciopero dei metalmeccanici, per denunciare l’accaduto dei fatti ai lavoratori italiani. Sempre che il Dott. Buttarelli non provvederà anche ad espellerlo!
Associazione Dhuumcatu November 09 Questa città ribelle e mai domata...Sostengo la campagna e la Delibera di Iniziativa Popolare per la de-esternalizzazione e de-privatizzazione dei servizi pubblici del Comune di Roma. Infatti la privatizzazione e l'esternalizzazione dei servizi publici è un meccanismo mediante il quale si genera soltanto maggiore precarietà e sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, senza che ci sia un reale miglioramento del servizio per i cittadini.
Roma ribelle non è solo il nome di un sito web. E’ anche un auspicio. Dopo mesi di campagne martellanti sulla "sicurezza" messa a rischio da immigrati e poveracci vari, vorremmo si tornasse a ragionare su qualche problema più serio e più reale, come – così, per cominciare – il dilagare del lavoro nero e sottopagato, con tutte le responsabilità politiche che vi sono dietro. Soldatini in tuta mimetica e vigili urbani trasformati in giustizieri della notte non possono nascondere a lungo il fatto che a Roma centinaia di migliaia di persone sono costrette a vivere al limite o al di sotto della soglia di povertà, strangolate dai debiti, dai mutui, dal carovita… tutte cose che non possono certo essere addebitate agli immigrati o ai rom, come non è a loro che vanno messi in conto i tre esseri umani che ogni giorno perdono la vita sul lavoro. Vorremmo parlare di cose come queste, magari chiedendo conto dei milioni di euro che sono letteralmente spariti nel vortice dei tanti progetti "sociali" finanziati negli ultimi quindici anni, per ritrovarci poi di fronte alla sorpresa che proprio il quartiere dove sono piovuti più finanziamenti (Tor Bella Monaca) è uno di quelli più immersi nel degrado e più infettati dal virus del razzismo e della guerra fra poveri. Questo nuovo spazio di controinformazione nasce per sostenere una precisa iniziativa politica che riguarda la città di Roma: la Delibera di Iniziativa Popolare per sottrarre i servizi pubblici alla gestione privatistica di aziende e cooperative, una gestione che da troppo tempo produce sfruttamento per i lavoratori e disservizio per gli utenti. I servizi pagati dai cittadini romani ma gestiti da soggetti privati sono molti: si va dai servizi sociali propriamente detti (assistenza ai disabili, agli anziani, ai bambini nelle scuole, ecc.) alla gestione delle mense scolastiche, per arrivare a quella dei canili comunali. Attività diversissime fra loro, ma accomunate dal fatto di essere affidate ad organismi esterni al Comune, il quale eroga i soldi e si sbarazza di ogni responsabilità. Decenni di questa situazione hanno dimostrato che un tale sistema non funziona, a meno che non si voglia dare per scontato che i lavoratori e le lavoratrici di questi servizi non abbiano diritti, e che la cittadinanza nel suo insieme non possa pretendere servizi efficienti, perché da un lato abbiamo migliaia di operatori ed operatrici sottopagati, sfruttati e condannati al più umiliante dei precariati, e dall’altro abbiamo servizi a loro volta precari e spesso dequalificati. Documenteremo, via via che ci arriveranno, le situazioni di cui stiamo parlando, così come documenteremo lo spreco di denaro pubblico e il clientelismo che sta dietro queste situazioni. La Delibera di Iniziativa Popolare è una proposta di soluzione alla radice del problema: si vuole riportare la gestione dei servizi pubblici nell’ambito delle attività direttamente di pertinenza del Comune di Roma, spazzando via il groviglio di interessi, piccoli e grandi, che sono parte costituente della gestione privatistica. L’iniziativa è stata assunta da un arco di forze ampio e variegato, che crescerà ancora, ma l’obiettivo delle 5000 firme valide affinché il Consiglio Comunale sia costretto a prendere in esame la Delibera è tutt’altro che scontato. Roma ribelle nasce per sostenere questa iniziativa, informare, mettere in contatto le tantissime persone che vivono in prima persona il problema del precariato e quello di servizi inefficienti, che significano un abbassamento della qualità della vita per tutti. La raccolta delle firme terminerà a dicembre, ma non è detto che questo significhi anche il termine dell’esperienza di Roma ribelle, che potrebbe, anzi vorrebbe diventare uno strumento utile per chiunque non intenda piegarsi non solo allo sfruttamento, ma pure all’omologazione ed alla rassegnazione. Vedremo. Intanto, si comincia: CONTRO IL LAVORO NERO E PRECARIO, CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI.
November 08 ONU e CongoPubblico questi interessanti articoli sulll'imperialismo occidentale in Africa per interposta persona. Molto interessante il ruolo della Cina, nel favorire lo sviluppo africano.
da Rebelion - www.rebelion. org/noticia. php?id=75147&titular=algunas- claves-para- entender- lo-que-está -pasando- en-la-r.- d.-del-congo-
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR
Che succede in Congo?
di José García Botía*
30/10/08
(Estratto)
Chi si occupa da anni di questioni internazionali, impara ad orientarsi in situazioni poco chiare, in cui bisogna lavorare su ipotesi che solo il futuro può confermare o smentire. Sappiamo che le dichiarazioni uffciali, abitualmente, nascondono ciò che capita davvero, e che spesso sono menzogne diffuse allo scopo di confondere e impedire la comprensione dei fenomeni reali. I Comitati di Solidarietà con l’Africa Nera seguono da vicino la situazione del Congo dal 1991, attraverso i contatti con religiosi spagnoli e i rappresentanti locali di organizzazioni a difesa dei diritti umani. Ora abbiamo anche delle fonti nella regione di Kivu, persone che vivono in diretta ciò che appare nei nostri televisori. Nel periodo 1998-2003 la situazione del conflitto nella regione orientale del Congo era ben peggiore di adesso, ma la paura della popolazione è che si ripetano i fatti di quei cinque anni, in cui morirono circa 4 milioni di congolesi. Ciò che sorprende è che quando Ruanda, Uganda e Burundi invasero il Congo, quella guerra rimase del tutto ignorata dai media. Casualità? Perché allora le telecamere rimasero spente, mentre ora ci informano della massa di profughi in fuga dalle città occupate dall’esercito del signore della guerra Laurent Nkunda? Sembra che l’esercito congolese non riesca a frenare l’avanzata delle forze di Nkunda, e che fra i dirigenti della politica internazionale circoli l’idea di aumentare la presenza di caschi blu sul campo. Alcuni dirigenti europei valutano addirittura la possibilità di mandare una forza d’intervento rapido della UE, per evitare la catastrofe umanitaria. Credo che l’intenzione di diffondere l’informazione di un’emergenza umanitaria nell’est congolese, nasconda una ragione occulta che per ora possiamo solo cercare d’interpretare. L’idea è aumentare la presenza dei caschi blu. Sommiamo a quell’idea l’adulazione di Javier Solana per la missione dei caschi blu (si chiama MONUC) per il suo comportamento esemplare su un terreno tanto rischioso. Aggiungiamo una contraddizione: le manifestazioni di massa delle popolazioni di Goma e Bukavu, le capitali, rispettivamente, del Kivu del Nord e del Sud, per chiedere l’allontanamento proprio dei caschi blu. Mettiamo in conto un altro elemento: in settembre è stato nominato al comando di MONUC il Tenente Generale spagnolo Diaz de Villegas, che adducendo motivazioni personali, si dimette appena due mesi dopo.
Che significa?
Secondo fonti locali, testimoni oculari hanno visto caschi blu rifornire di armi le forze di Nkunda, cioè rifornire quelle forze cui dovrebbero impedire le violenze sulla popolazione civile. Altri riferiscono di traffici illeciti di caschi blu con oro e diamanti; i caschi blu userebbero gli elicotteri per trasportare minerali in Ruanda (e il Ruanda che ha creato Nkunda e che lo finanzia). Altri ancora riferiscono di abusi sessuali su minori a carico di caschi blu. Questi sono casi che potrebbero essere dei fenomeni isolati, particolari casi di corruzione di qualche militare dei caschi blu. Ma c’è ben altro. Le forze MONUC scompaiono se le truppe di Nkunda vincono, si interpongono se l’esercito congolese sta per avere la meglio. In altri casi facilitano l’avanzata dell’esercito di Nkunda sguarnendo all’improvviso le loro posizioni nell’area cuscinetto di competenza, consentendo alle forze di Nkunda di sorprendere l’esercito congolese. Inoltre, Nkunda è stato visto usare elicotteri della missione MONUC per spostarsi. Ma quello che è successo giusto alla vigilia delle dimissioni del Tenente Generale Villegas, potrebbe essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le truppe di Nkunda occupano la base miliare di Rumangabo con un attacco a sorpresa facilitato dall’uso di uniformi della missione MONUC, ripetendo l’espediente tattico già usato da Nkunda nell’occupazione di Bukavu nel giugno del 2004. In entrambi i casi il comando MONUC non ha avvisato l’esercito congolese dello stratagemma. Non sembra strano, dunque che i congolesi ritengano che la funzione della missione MONUC sia proprio evitare che l’esercito congolese sconfigga l’esercito di Nkunda. Insomma, i caschi blu favorirebbero situazioni in cui possono perdere la vita centinaia o migliaia di civili innocenti. Perché? Per capire il conflitto bisogna ricordare che il Congo è uno dei paesi più ricchi del pianeta in risorse naturali, specialmente minerarie. Oro, diamanti, rame, cobalto, uranio, stagno e una lunga lista di minerali che hanno qualità fuori dal comune. Ricco di minerali rari e strategici; il caso più noto è quello del coltan, indispensabile per la costruzione dei telefonini e che in Congo è presente in quantità tali da costituire la riserva mondiale assoluta, quasi una specie di monopolio. Il coltan ed altri minerali stanno uscendo dal Congo attraverso il Ruanda (e l’oro dall’Uganda) dal 1998. E per le multinazionali il sistema funziona bene così. Il problema è che questo stesso sistema sta arricchendo il clan di Paul Kagame, che ostenta il suo potere e mantiene milizie ruandesi di vario tipo (hutu ma anche tutsi, come quella di Nkunda). La volontà del governo congolese è di farla finita con questo sistema, il cui "beneficio" per i congolesi si riduce al lavoro schiavile minorile nelle miniere e alle violenze sulla popolazione civile da parte delle solite milizie. Ma quale dirigente occidentale è disposto ad appoggiare azioni contro Kagame e i trafficanti che dominano il traffico di coltan, assumendosi i rischi per l’economia. Potrebbe collassare il mercato internazionale del coltan, con gravi conseguenze per le imprese di telefonia e le aziende ad esse legate. Specie in questo periodo di crisi. Un problema aggiuntivo è che le forze ruandesi, caratterizzate dalla brutalità e dalla crudeltà delle loro azioni contro i civili, sono coscienti della loro posizione di forza ed esigono il totale silenzio da parte della comunità internazionale. Il FPR (Fronte Patriottico Ruandese) ha compiuto dei veri massacri in suolo ruandese e congolese, assassinando centinaia di migliaia di ruandesi - hutu soprattutto - e congolesi. Eppure i media si sforzano di mantenere pulita l’immagine del Ruanda, portandolo ad esempio dello sviluppo in Africa. Questo spiega perché per anni le truppe ruandesi hanno invaso il Congo facendo strage di civili, senza che il fatto abbia mai assunto il valore di "notizia". Un altro aspetto della questione è il ruolo della Cina. La Cina può soddisfare in Congo l’enorme necessità di materie prime di cui abbisogna il suo sviluppo economico, e in cambio può fornire l’aiuto necessario al governo congolese per sostenere la guerra in corso. E’ già stato firmato un accordo in forma di scambio: rame per la Cina in cambio della costruzione di aeroporti, ospedali, scuole, autostrade… Si tenga conto del fatto che a causa della debolezza, il governo congolese non è in grado di difendere il suo territorio, e per questo le multinazionali europee e statunitensi stanno pagando al Congo tra il 5 e il 12% delle ricchezze (dichiarate) che sono oggetto di sfruttamento. I cinesi, al contrario, offrono il 30% di quello che sfruttano. Questo fatto ha provocato forti pressioni occidentali sul governo congolese per recidere il contratto con i cinesi, ma in agosto per tutta risposta, il governo congolese ha dichiarato che quel contratto sarebbe stato rispettato. Proprio alla fine di agosto (casualità?) le milizie di Nkunda hanno scatenato l’offensiva con l’appoggio del Ruanda, alla conquista della regione di Kivu. La missione MONUC è presente a vigilare sugli interessi della "comunità internazionale" (o per meglio dire, in questo caso, sugli interessi di USA, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e altri) e in ultima istanza risponde agli ordini di Alan Doss, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per la Repubblica Democratica del Congo, britannico e capo supremo della MONUC. Ecco perché questa missione non è lì per proteggere i civili. Un'altra sfumatura della complessa questione qui esposta, è l’ambizione di Kagame e del progetto che sarebbe avrebbe ideato: la spartizione di un pezzo del Congo. Il Ruanda annetterebbe la regione del Kivu e si spingerebbe anche oltre, in direzione del Kenia. Quanti milioni di morti ci saranno ancora, nel più completo silenzio in questa zona d’Africa mentre noi parliamo al telefonino? Tra Ruanda e Congo il conto è già di 7 o 9 milioni di morti. Oppure fermeranno Kagame perché vuole andare troppo lontano?
* José García Botía, fa parte dei Comitati di solidarietà con l’Arica Nera-Umoya - http://www.umoya. org
da Michel Collon - www.michelcollon. info/articles. php?dateaccess= 2008-10-30% 2015:48:37&log=invites
Traduzione dal francese per www.resistenze. org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Congo: cultura della violenza o conflitto geostrategico?
di Tony Busselen
30/10/2008
Da fine agosto, la violenza si è nuovamente scatenata nel Congo orientale. I congolesi hanno sviluppato una cultura dove omicidio e stupro sono la regola? La recente offensiva dimostra che bisogna cercare altrove l'origine del conflitto.
Dalla guerra d’aggressione condotta da Ruanda e Uganda (1998-2003), questi paesi continuano a mantenere alcune milizie sul territorio congolese. Nkunda, generale pro-Ruanda, è uno dei capi delle milizie più conosciute. La settimana scorsa, l'esercito congolese ha fornito le prove della partecipazione dei soldati ruandesi ai combattimenti. Prove che sono state direttamente negate dall'Occidente. I nostri media presentavano tali fatti come espressione di una cultura della violenza che avrebbero sviluppato i congolesi. Da allora tutto il dibattito verte sulla questione del perché l'Europa non intervenga per fermare questi congolesi "assassini e violentatori" .
All'epoca del suo intervento alla commissione parlamentare del 22 ottobre, Dirk Vandermaelen (SP.a, Socialistische Partij Anders - Partito Socialista.Differen za) ha ammesso senza mezzi termini che il conflitto aveva effettivamente delle cause più profonde. "Sappiamo tutti che gli Stati Uniti e la Cina conducono un battaglia geostrategica. Sappiamo tutti che le materie prime sono il punto debole della Cina. Sappiamo tutti che la Cina cerca di rifornirsi in Africa. Temo per ciò che è nell’est del Congo che si assisterà ad uno scontro tra Cina e Stati Uniti, uno scontro per interposta persona, vale a dire il Congo di Kabila ed il Ruanda di Kagame", ha dichiarato.
Ciò che sorprende è che, per il resto, Vandermaelen si è espresso principalmente sui suoi sospetti rispetto alla consegna di armi cinesi a vantaggio dell'esercito congolese. Ha anche richiesto che venga intensificata la pressione sul governo Kabila e s’imponga un embargo sulle armi per Kinshasa. Tuttavia, Vandermaelen non ha proferito parola sull’aggressione del Ruanda o sul ruolo giocato dagli Stati Uniti nella regione.
Domenica 26 ottobre, le truppe di Nkunda hanno preso il controllo di una grande base militare e di una fascia strategica di 30 km localizzata tra Goma e Rutshuru. Alcuni testimoni segnalano massacri nei confronti della popolazione locale che appoggia l'esercito congolese. Gli avvenimenti dopo questa domenica fanno sì che non si possa più continuare a negare il ruolo giocato dal Ruanda come aggressore. Non si può continuare a gettare la colpa sui congolesi.
Il popolo congolese aspira alla pace
Dopo tutti questi anni di guerra, il popolo congolese chiede la pace, si augura che l'unità e la sovranità del Congo siano preservate e che la ricostruzione economica possa infine avviarsi. Il presidente Kabila, eletto dal popolo congolese, ha stretto un’alleanza con l'ex-lumumbista Gizenga e con la parte più illuminata della vecchia élite mobutista. I loro nemici sono i principali alleati degli Stati Uniti, all'interno ed all'esterno del Congo. Di conseguenza, se l'alleanza intorno a Kabila vuole mantenersi, essa ha tutto l’interesse nel mettere il più rapidamente possibile fine alla guerra. Per ottenere la pace, la politica del governo eletto poggia su due basi. Da una parte, resta fedele ai principi di cooperazione con l'ONU ed ai recenti accordi firmati a Nairobi ed a Goma. Dall’altra, il governo congolese opera al rinforzo del suo esercito per difendere il proprio territorio.
Nel novembre 2007, Congo e Ruanda hanno firmato un accordo di pace a Nairobi. A gennaio di quest’anno, a Goma, la comunità internazionale e tutte le parti implicate - Nkunda compreso - hanno concluso un accordo che mira a disarmare le milizie e ad integrarle nell'esercito congolese. Però, né Nkunda né il Ruanda prendono seriamente questi accordi. Nkunda ha anche apertamente rigettato l'accordo di Goma.
Molti congolesi accusano il loro governo di collaborare troppo con la Monuc (United Nations Mission in the Democratic Republic of Congo) e di non fornire al suo esercito mezzi sufficienti per imporre la pace. Ora, giusto su questo punto, Vandermaelen esige un embargo sulle armi contro Kinshasa.
Cina, la spina nel fianco
Dopo trent’anni di sfruttamento di un Mobutu sostenuto dall'Occidente, il Congo ha conosciuto dieci anni di guerra, di saccheggi e di caos. Cosicché, delle infrastrutture e dell'economia congolese non restano che grandi rovine. Il presidente Kabila aveva annunciato, prima delle elezioni del 2006, che avrebbe fondato la ricostruzione del paese su cinque "cantieri": infrastrutture, sanità e educazione, acqua ed elettricità, casa e lavoro. Il suo obiettivo è mettere l'economia del Congo al servizio del popolo congolese. Dopo avere aspettato invano un'iniziativa da parte dell'Europa o degli Stati Uniti, nel 2007 il Congo ha infine deciso di siglare degli accordi con la Cina. Ciò gli ha procurato forti critiche da parte dell'Occidente ed una nuova minaccia di guerra. Il contratto con la Cina è difatti una spina nel fianco dei capitalisti europei ed americani.
Tuttavia, né gli Stati Uniti né l'Europa sono in grado, anche se lo avessero voluto, di fornire i mezzi necessari alla ricostruzione del Congo. Invece la Cina attualmente dispone dei mezzi per finanziare grandi progetti. Peraltro, la Cina ha dal canto suo bisogno di materie prime per il proprio sviluppo. Andare a cercare queste materie prime in Africa, è ciò che Vandermaelen ha qualificato "punto debole". Come se occorresse capire che è costoso bloccare lo sviluppo economico del più grande paese del Terzo Mondo. Ed egli augura inoltre che il Belgio continui a dare lezioni al governo sovrano congolese. Come se il problema si trovasse a Kinshasa e non a Kigali.
Kabila sostenuto dai suoi alleati africani
L’Avenir, 22 ottobre 2008
Poiché in seno all'Unione Europea ed altrove, si da poco conto alle prove fornite dal Congo sull'implicazione dell'esercito ruandese, il presidente Kabila si è rivolto ai suoi alleati africani.
Così, il 20 ottobre ha partecipato ad un mini vertice dell'organo di difesa del SADC (Comunità di Sviluppo dell'Africa Australe). Il SADC è uno degli organismi di cooperazione regionale più importanti dell'Africa. I presidenti di Angola, Zimbabwe, Mozambico e Sudafrica hanno partecipato a questo summit. Sono state approvate quattordici risoluzioni concernenti la situazione nell'est del Congo ed il presidente del Sudafrica ha promesso di intrattenersi con Kagame sulle accuse di Kinshasa. Il vertice ha deciso anche di rinforzare l'esercito congolese affinché sia maggiormente in grado di difendere il proprio territorio November 01 Nasce Proletari@, Comunicazione MilitanteProletari@, Comunicazione militante, è un progetto aperto a tutte e tutti coloro che ritengono il superamento dell’attuale modello di società capitalistica l’obiettivo fondamentale della battaglia sociale e politica.
Non sarà un’area politica, né tanto meno una corrente, ma un progetto di conoscenza e collegamento delle innumerevoli ingiustizie sociali ed individuali che opprimono sempre di più la vita della stragrande maggioranza delle persone. Una sorta di "filo rosso" per collegare i conflitti; uno strumento rivoluzionario al passo con i tempi, il cui fine sarà la ricomposizione di un’azione e di un’identità di una nuova classe proletaria che è oggi sempre più sfruttata e frammentata. Stiamo vivendo un momento chiave della storia, in cui vengono alla luce tutte le contraddizioni di questo modello di società, a partire dalla crisi del sistema finanziario, con la fine della "teologia neoliberista" che ha dominato incontrastata negli ultimi decenni. Assistiamo ad un movimento enorme e per lo più spontaneo del mondo della scuola e dell’università che si ribella all’idea di un sistema classista ed iniquo che preclude ai giovani il diritto ad un futuro sicuro. Dopo tanti anni studenti e lavoratori tornano a scendere in piazza fianco a fianco per rivendicare insieme i loro diritti. Tutto ciò ha bisogno di essere supportato da un’informazione vera che racconti le lotte, le rivendicazioni, le ingiustizie e riesca a metterle in comunicazione tra loro, con una nuova modalità di inchiesta che sappia dar voce a chi vorrebbe battersi per i propri diritti e non sa come fare. La precaria licenziata, gli inquilini sfrattati, gli operai messi in mobilità e le tante, tante storie di vessazione individuale di cui nessuno parla, acquisiranno dignità di essere raccontate. ROMA SABATO 8 NOVEMBRE ORE 14.30 TEATRO TENDASTRISCE Via Perlasca 61 (bus 14 fermata Prenestina angolo v.le Palmiro Togliatti) Interverranno: Ciro Argentino (RSU ThyssenKrupp Torino) - Marco Baldini (conduttore radio-tv) - Giovanni Bacciardi (docente universitario) - Cristina Benvenuti (RSU Svima Roma) - Costa (Com. Case INPDAP) - Andrea Fioretti (assemblea lavoratori autoconvocati Roma) - Gerardo Giannone (RSU Alfa Pomigliano) - Mango (disoccupata) - Fabio Marcelli (Giuristi Democratici) -Massimo Murgo (RSU Marcegaglia Milano) - Alessandro Mustillo (studente) – Mikaela Petrocchi (RSU Alitalia) - Giuseppe Piantedosi (collettivi studenteschi) - Rinaldi (RSU Sammontana) - Marco Rizzo (parlamentare europeo) - Gianni Vattimo (filosofo). Fulvio Grimaldi presenta il documentario "L’asse del bene". www.proletaria.it |
|
|