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February 29
Senza mai averlo discusso con i lavoratori, cgil cisl uil sottoscrivono un intesa con aumenti di 91 euro lordi ossia aumenti pari alla metà di quelli determinati dall'inflazione.
Un contratto già scaduto da anni e che oggi viene siglato nella parte normativa per 4 anni( dal 2006 al 2009) e per la parte economica viene siglato il biennio 2006\7. Siglano quindi un accordo di fatto già scaduto , fanno un regalo al Governo attuale e a quello futuro e a rimetterci è solo il potere di acquisto del personale enti locali. Non è vero che avremo 101 euro lordi (e in ogni caso sono ben poca cosa se consideriamo che 13 mesi di arretrati saranno pagati solo con 11 euro lordi pari alla indennità di vacanza contrattuale) che poi sono aumenti al di sotto della stessa inflazione programmata visto che solo dal 2000 ad oggi abbiamo perso ogni anno circa 3000 euro annui (dati della stessa Cgil che denuncia la perdita di salario e poi firma accordi da fame) ancora una volta viene incrementata la parte repressiva del codice disciplinare e in caso di procedimento penale scatta la sospensione dal servizio. Anche le progressioni di carriera saranno più difficili, tra una progressione economica e l'altra dovremo aspettare due anni e a rimetterci sono proprio le categorie medio basse che di solito con una progressione hanno incrementi inferiori a 50 euro lordi. Non si aumenta il potere di contrattazione e si indebolisce il potere di acquisto. Questo contratto è una sconfitta per i lavoratori e le lavoratrici degli enti locali che già sono il fanalino di coda del pubblico impiego.
Cobas Pubblico Impiego February 23
L'"Avanti!", l'organo della "libertà per tutti", trova strano che "L'Unità" affermi non esservi una "volontà delle masse" in generale ed esistere nel complesso delle masse lavoratrici parecchie distinte volontà. E si meraviglia perché abbiamo scritto che porsi sul terreno di "ubbidire alla volontà delle masse in generale" è la quintessenza dell'opportunismo.
Poiché il Partito comunista vuole realizzare soltanto la volontà del proletariato rivoluzionario, volontà che coincide con gli interessi di tutte le classi oppresse e quindi della intiera popolazione lavoratrice, l'"Avanti!" scopre in questa "volontà" una mentalità molto affine a quella "fascista". E' evidente che gli scrittori massimalisti non sanno né cos'è fascismo né cos'è un Partito comunista. Essi che alla "verità rivelata da Mosca" preferiscono la "libertà critica", in sostanza preferiscono la "verità rivelata della borghesia", poiché è proprio dei liberali borghesi nascondere la loro dittatura sotto la maschera di essere i "servi del popolo", gli esecutori della "volontà delle masse popolari".
Quando noi diciamo che tutti gli opportunisti amano nascondersi dietro alla "volontà delle masse" e che per i comunisti esiste soltanto la volontà del proletariato rivoluzionario, che coincide con gli interessi di tutti gli strati della popolazione lavoratrice, non affermiamo un "dogma", ma scopriamo l'opportunismo dei capi massimalisti, i quali sotto la parvenza di secondare la "volontà delle masse" sostituiscono a questa la loro volontà anti-rivoluzionaria , cioè la volontà della borghesia.
Agli scrittori dell'"Avanti! ", che tanto spesso amano porre la loro merce avariata sotto la bandiera del leninismo, vogliamo ricordare l'insegnamento di Lenin: "Si parla di spontaneità delle masse (l'"Avanti!" dice oggi volontà delle masse); ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio conduce - scrive Lenin - alla subordinazione di questo alla ideologia borghese, poiché il movimento operaio spontaneo è il trade-unionismo (lotta economica) e il trade-unionismo è l'asservimento ideologico degli operai alla borghesia.
Ecco perché il compito di noi comunisti è di combattere la spontaneità, di deviare il movimento operaio da quest'aspirazione spontanea che ha il trade-unionismo di rifugiarsi sotto le ali della borghesia, e di attirarlo al contrario sotto l'ala del marxismo-rivoluzion ario, cioè del comunismo".
Lo stesso Kautsky, quando era ancora un marxista, negava una volontà socialista delle masse, scrivendo: "La coscienza socialista, la "volontà socialista" è un elemento importante dal di fuori nella lotta di classe del proletariato e non qualche cosa che sorge in esso spontaneamente. E Lenin illustra ancora meglio: "Si dice sovente che la classe operaia va spontaneamente al socialismo. Ciò è perfettamente giusto nel senso che, più profondamente e più esattamente che tutte le altre, la teoria socialista determina le cause dei mali del proletariato; ed è per questo che gli operai se l'assimilano tanto facilmente, se tuttavia essa non si piega davanti alla spontaneità" (volontà delle masse, come scrive l'"Avanti!") , quando avviene il contrario, quando cioè è la spontaneità, la volontà delle masse a sottomettersi il socialismo, è l'ideologia borghese che, non meno spontaneamente, si impone all'operaio.
In altri termini la volontà delle masse corrisponde all'istintivo; sottomettersi all'istintivo è sottomettersi alla ideologia borghese, poiché nella società contemporanea la prima ideologia è sempre ideologia borghese. E' quello che ha sempre fatto il Partito socialista in Italia: sottomettersi alla "volontà istintiva" delle masse, senza essere mai capace di portare queste masse sotto l'ala del marxismo rivoluzionario.
Il fallimento del Partito socialista in Italia come partito della rivoluzione proletaria è appunto in questa incomprensione della funzione dei partiti proletari. Il Partito socialista continua ancora oggi a "sottomettere il socialismo" all'ideologia borghese, asservendo le masse socialiste ai semifascisti dell'Aventino.
Ecco in che consiste la diversa "volontà" dei comunisti dalla volontà massimalista: il Partito comunista lotta per strappare le masse all'ideologia borghese e portarle sul terreno della lotta rivoluzionaria; il Partito socialista, sotto la specie di sottomettersi alla volontà delle masse, sottomette le masse alla borghesia.
Antonio Gramsci, "L'Unità", 26 giugno 1925 February 22
Data la propaganda occidentale anticubana che impera tra i Windows Live Space pubblico con piacere questo articolo controcorrente tratto da Rebelion e tradotto dal Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
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da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=63037
Ricardo Alarcon e le domande degli studenti cubani
Pascual Serrano - www.pascualserrano.net
L’articolo di un autorevole giornalista spagnolo e i video che "sbugiardano" l’ennesima massiccia campagna mediatica anticubana
Si è dato un grande rilievo alle immagini video di alcuni studenti dell’Università di Informatica di Cuba che facevano domande molto critiche al presidente del Parlamento cubano Ricardo Alarcon. Il coro mediatico presenta il caso come un ammutinamento contro il governo cubano a causa delle sue inefficienze. Per questo vale la pena fare alcune riflessioni.
In primo luogo, l’esistenza di questo video dimostra, per cominciare, due cose:
- Che a Cuba i dirigenti si mettono a disposizione dei cittadini perché li interroghino su quello che ritengono opportuno. Ciò, peraltro, non è nuovo. Io stesso ho assistito nell’aprile 2005 a un’iniziativa simile di Ricardo Alarcon ( http://www.rebelion.org/noticia.php?id=13825) sulla scalinata dell’Università, all’aria aperta. Gli studenti, la stampa straniera e chiunque fosse passato di lì avrebbe potuto alzare la mano e chiedere ciò che gli pareva.
- Che non esiste nessuna persecuzione nei confronti di chi critica, poiché si può chiedere senza aver paura.
Pensiamo a un simile scenario negli Stati Uniti. Quando le alte cariche del paese si sono messe a disposizione degli studenti perché rivolgessero loro delle domande? Quando abbiamo visto studenti provenienti da classi sociali umili frequentare gratuitamente l’università? Abbiamo visto cosa è successo ad uno studente che aveva fatto una domanda scomoda a John Kerry: 19 poliziotti lo hanno immobilizzato e trascinato fuori dal pubblico, e poiché questa misura era sembrata insufficiente, non hanno avuti dubbi ad utilizzare un taser (arma moderna che produce una scarica tra i 17.000 e i 50.000 volt) per "calmarlo" e farlo tacere (sull’uso e gli effetti del Taser http://www.resistenze.org/sito/te/po/ca/poca8a11-002507.htm). Come si vede in questi filmati.
www.youtube.com/watch?v=tCBcOQkUNjI&eurl=http://www.rebelion.org/noticia.php?id=63037
www.youtube.com/watch?v=AlnIkhYCS4w&eurl=http://www.rebelion.org/noticia.php?id=63037
Ora vediamo come si è sviluppata la reazione mediatica. Il video dell’assemblea dura due ore, secondo quanto si può leggere in Univision, ma i mezzi di comunicazione hanno diffuso solo quattro o cinque minuti centrati sulle critiche di due studenti; non si sono viste le altre domande e sono state tagliate le risposte di Ricardo Alarcon. Di modo che la censura delle domande al presidente del Parlamento cubano è stata esercitata solo dai mezzi di comunicazione. Si può fare un paragone con il programma di domande rivolte a Rodriguez Zapatero in TVE, in cui la domanda relativa alla monarchia è stata scarsamente evidenziata dai media e il dibattito si è concentrato intorno al prezzo di un caffè al bar. E tutto in chiave nazionale, mentre i media internazionali non hanno dato importanza alle domande critiche che si sarebbero potute fare al presidente spagnolo.
Su questa medesima linea potremmo chiedere ai media internazionali di interessarsi alle domande critiche degli studenti alle loro alte cariche politiche. Abbiamo mai visto nei nostri media studenti colombiani rivolgere domande ad Alvaro Uribe? Le domande interessano solo quando vengono fatte al governo cubano.
Il video delle domande critiche degli studenti cubani a Ricardo Alarcon non è una dimostrazione di ribellione contro il governo, è un esempio del fatto che a Cuba esiste la democrazia, la libertà di espressione e la maturità politica dei governanti e degli studenti. E del fatto che nei nostri paesi la manipolazione informativa è costante.
Il video dell’incontro tra Alarcon e gli studenti smaschera in modo inconfutabile le menzogne diffuse in Occidente e amplificate da diverse televisioni italiane:
www.rebelion.org/noticia.php?id=63203
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Il 16 Novembre 2007 il Bangladesh è stato colpito da un tremendo ciclone: circa 30 mila morti ed intere regioni devastate. La furia della natura ha avuto effetti così distruttivi perché è andata a colpire un paese ridotto alla miseria e alla povertà da cinque secoli di colonialismo prima e dalle politiche delle multinazionali e dei governi occidentali adesso.
Di fronte a questa tragedia noi immigrati del Bangladesh rivendichiamo il "permesso di soggiorno umanitario" per uscire dalla "clandestinità" e dal lavoro "nero" a cui siamo costretti da leggi razziste e discriminatorie e per poter in tal modo anche meglio aiutare i nostri cari che sono alle prese con le devastazioni procurate dal ciclone.
Per sostenere questa richiesta da oltre due mesi siamo in lotta e mercoledì 9 Gennaio in più di 6 mila abbiamo manifestato per le strade di Roma circondati dal vergognoso silenzio di quasi tutti. Intanto le istituzioni hanno fatto solo promesse, ma non hanno concesso praticamente nulla.
CONTINUIAMO LA LOTTA E CHIEDIAMO SOLIDARIETA’
AI LAVORATORI ITALIANI diciamo:
Dateci una mano, lottate con noi, perché in questo modo aiuterete anche voi stessi.
Senza diritti noi immigrati siamo costretti a subire di tutto, a lavorare come bestie e con paghe da fame.
Nei cantieri, nelle fabbriche e nei servizi i padroni e i padroncini sfruttano questa situazione per ricattare anche voi lavoratori italiani, per indebolire il vostro potere contrattuale, per attaccare i vostri salari e i vostri diritti.
Respingete le campagne razziste
dei governi e della stampa con cui si vuole scatenare una guerra tra poveri e, al contrario, iniziate a vedere in noi non dei pericolosi concorrenti, ma dei lavoratori come voi con cui iniziare a lottare ed organizzarsi comunemente.
Quanto più siamo ricattabili noi, tanto più lo sarete anche voi. Quanto più saremo forti noi tanto più lo sarete voi.
A TUTTI GLI IMMIGRATI diciamo:
Veniamo dall'Africa, dall'Asia, dall'Europa dell'Est e dall'America Latina. Veniamo da quella parte del mondo che ogni giorno viene impoverita e devastata dalle guerre delle nazioni ricche.
Siamo stati costretti a lasciare i nostri paesi per tentare di costruire un futuro migliore per noi e i nostri figli.
Siamo venuti in Italia e in occidente carichi di speranza, ma qui abbiamo trovato razzismo e supersfruttamento. È ora di organizzarci, di difenderci e di rivendicare i nostri diritti tutti insieme.
Non facciamoci dividere per nazione di provenienza o per fede religiosa. Non facciamoci mettere gli uni contro gli altri, ma iniziamo a lottare uniti per rivendicare pieni diritti per tutti gli immigrati, il permesso di soggiorno per tutti senza condizioni e l'abolizione integrale della Bossi-Fini e di tutte le norme razziste.
Per discutere e iniziare ad organizzarci insieme
Domenica 24 Febbraio ore 17,00
Assemblea pubblica
Piazza Vittorio February 10
Non essendo il Manifesto non mi faccio nessun problema a pubblicare su questo blog questo scritto di Sergio Cararo (Forum Palestina) sulle motivazioni del "boicottaggio" della Fiera del Libro di Torino. Ovviamente tra il mio blog e il Manifesto non c'è confronto per numero di lettori (decisamente a vantaggio del Manifesto). Ciò dovrebbe far riflettere sulla così detta libertà di stampa neil nostro paese, e più in generale nei paesi capitalistici.
Fiera del Libro di Torino. Il problema non è la penna…ma la spada
di Sergio Cararo*
Chiunque disponga di un minimo di buonsenso o si sia preso la briga di leggere gli appelli per il "boicottaggio" della Fiera del Libro di Torino, non avrebbe tardato a capire che al centro del conflitto non sono gli scrittori israeliani né i loro libri. Chi, al contrario, ha concentrato su questo aspetto polemiche e dibattito, lo ha fatto in perfetta malafede o con grande superficialità. La dinamica della discussione e dei conseguenti anatemi, somiglia molto a quella messa in campo in relazione alla contestazione per l’intrusione "culturale" del Pontefice all’Università di Roma.
1. Innanzitutto ci sembra che la campagna di "boicottaggio" abbia prodotto un primo risultato. L’ambasciata e le autorità di Israele, non potranno utilizzare la Fiera del Libro come propria vetrina politica in occasione del sessantesimo della nascita del loro Stato senza che ciò produca opposizione e resistenza evidente anche all’opinione pubblica. Una parte dell’operazione - tutta politica - messa in campo per l’edizione della Fiera di quest’ anno, è stata pubblicamente svelata e compromessa dall’azione pacifica ma determinata delle reti, associazioni, organizzazioni, centri sociali, intellettuali che non hanno abdicato alla solidarietà verso il popolo palestinese. Una prima verifica su questo la faremo all’indomani della prima manifestazione già convocata per il 29 marzo a Torino. Una seconda la faremo nella settimana di mobilitazione prevista in contemporanea con la Fiera stessa e che culminerà il 10 maggio con una nuova manifestazione nazionale a Torino. Sarà in quei giorni che verificheremo concretamente se la Fiera del Libro tornerà alla sua dimensione naturale di incontro, marketing, scambi editoriali e culturali oppure sarà occupata politicamente e materialmente dagli apparati ideologici di stato (per dirla con Althusser) di Israele.
2. In secondo luogo, il dibattito sul "boicottaggio" nel nostro paese avviene in una sorta di vuoto pneumatico in cui i soggetti e l’oggetto del boicottaggio scompaiono insieme alla storia, ai processi reali, agli obiettivi e ai risultati delle azioni concrete. Il ragionamento è semplice. I governi che si sono succeduti nello Stato di Israele in questi sessanta anni dalla sua nascita, hanno impedito materialmente e politicamente che nascesse lo Stato Palestinese. I fatti e le responsabilità sono evidenti a tutti. La Palestina come Stato non è potuta nascere perché un altro Stato (Israele) glielo ha impedito militarmente, economicamente e politicamente (con quel politicidio richiamato opportunamente da Kimmerling), dando vita ad una relazione di tipo classicamente coloniale tra Israele e i palestinesi dei Territori Occupati tuttora vigente ed anzi diventata ancora più brutale. Dedicare a Israele per i sessanta anni dalla sua nascita un evento ufficiale come la Fiera del Libro di Torino, assumeva in sé come legittima questa vulnerazione della storia, del diritto internazionale e del diritto dei popoli, in modo specifico quello palestinese. Se questo dubbio o questa sensibilità, avesse sfiorato le istituzioni che animano la Fiera del Libro non si sarebbe arrivati a questa situazione. Né può essere accettabile a posteriori che gli scrittori o la cultura palestinese siano ammessi ancora una volta dalla "porta di servizio" ad un evento che celebra i sessanta anni dello Stato che ha negato ai palestinesi la terra, la libertà, l’identità,la dignità, l’indipendenza.
3. Infine, ma non per importanza, il boicottaggio nasce come sanzioni dal basso da parte della società civile di fronte all’inerzia o alla complicità dei governi e delle istituzioni internazionali predisposte per attuare sanzioni verso uno stato che violi la legalità e i diritti umani e dei popoli. Noi non abbiamo gli strumenti o la possibilità di far revocare l’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele siglato dal governo Berlusconi ma tuttora vigente, né possiamo far revocare le collaborazioni nel campo delle alte tecnologie tra Regione Lazio e Israele, né di far revocare i finanziamenti per le cure ai bambini palestinesi assegnati però alle strutture israeliane e non agli ospedali palestinesi dalla Regione Toscana. Tantomeno abbiamo la possibilità di mettere fine al vergognoso paradosso, per cui le uniche sanzioni internazionali adottate fino ad oggi sono state adottate non contro Israele ma contro la popolazione palestinese di Gaza già in emergenza umanitaria ancora prima dell’embargo adottato dall’Unione Europea (e dall’Italia).
4. Dunque se qualcuno - anche nella sinistra – ha paura delle parole, possiamo chiamare da oggi in poi il boicottaggio sanzionaggio. La forma sarebbe più rassicurante per alcuni, ma la sostanza e gli obiettivi rimangono i medesimi: ottenere attraverso una pressione internazionale crescente un cambiamento della politica di uno stato e dei suoi governi nei confronti di una popolazione sottoposta a insostenibili violazioni dei propri diritti. Con il Sudafrica dell’apartheid questo modello ha ottenuto dei risultati decisivi. Nel 1989 – con Mandela ancora in carcere e il movimento antiapartheid reduce da una sconfitta dolorosa -nessuno di noi avrebbe immaginato che nel 1994 Nelson Mandela sarebbe diventato presidente del Sudafrica. Non solo, ma nessuno ha mai chiesto a Mandela e ai movimenti che nel proprio paese e nel mondo lo sostenevano di dare vita a due Stati: uno per i bianchi ed uno per i neri. Perché mai oggi dovremmo arretrare anche sulla prospettiva niente affatto utopica dello Stato unico per israeliani e palestinesi, uno stato laico, democratico, multireligioso? Anche su questo il dibattito si è finalmente riaperto. Chissà se si riuscirà a discuterne anche dentro e fuori la Fiera del Libro di Torino nei prossimi mesi? Vista così, la campagna di "boicottaggio" ha avuto il merito di porre al centro dell’agenda politica questioni decisive che erano state pesantemente rimosse anche nel nostro paese, anche dalla sinistra nel nostro paese.
* Campagna 2008 anno della Palestina/Forum Palestina
N.B. (Il presente articolo è stato inviato il 7 febbraio al Manifesto con richiesta di pubblicazione, ma ancora non è stato pubblicato) February 05
LA CADUTA DEL GOVERNO PRODI E LE PROSPETTIVE DEI COMUNISTI LOTTA DI CLASSE E ORGANIZZAZIONE
 1. Il Governo Prodi è caduto! Francamente non ne sentiremo la mancanza. E non la sentiranno in parecchi (tra cui molti di quegli uomini e quelle donne che, nell’Aprile 2006, avevano votato per la coalizione dell’Unione): venti milioni di lavoratori sotto pagati, cinque milioni di famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese, prezzi alti come in Germania e salari bassi come in Grecia. E’ un fatto! Nella sua breve vita questo governo ha dimostrato di fare moltissimo per le imprese e molto poco per operaie, operai, lavoratrici e lavoratori. Ha governato anticipando lo scippo del TFR, tagliando le pensioni e aumentando l'età pensionabile; ha accelerato la privatizzazione dei beni comuni come l'acqua ed è rimasto immobile di fronte agli aumenti delle tariffe, della benzina, della luce e del gas. Ha persino introdotto nuovi ticket sanitari. Ha rifinanziato le missioni di guerra in Afghanistan ed in Kosovo e ne ha deciso una tutta nuova in Libano. Ha aumentato le spese militari; ha autorizzato, fregandosene del Parlamento, la costruzione di una seconda e più grande base americana a Vicenza; ha mantenuto l'accordo di cooperazione militare con Israele e la partecipazione italiana all'embargo contro il popolo palestinese. Ha mantenuto ed aumentato i privilegi economici alla Chiesa cattolica (come l'esenzione dall´ICI), non ha abrogato nè la legge Biagi, mantenendo la precarietà, né la Bossi-Fini mentre invece ha cercato (ed in parte v’è riuscito) di introdurre nella legislazione italiana norme di sicurezza razziste ed il reato di povertà. Con le finanziarie del 2007 e del 2008 ha proseguito la politica berlusconiana di trasferimento di risorse dai salari ai profitti e alle rendite finanziarie, chiedendo sacrifici immediati ai lavoratori (a fronte di promesse i cui effetti sono ancora tutti sulla carta). Solo un po´ di carità per gli incapienti e le, oramai poche(!), famiglie numerose. Se risanamento dei conti pubblici c'è stato, esso è stato pagato ancora una volta dalle lavoratrici, dai lavoratori ed, in generale, dai ceti medio-bassi in generale.
2. Il governo Prodi è caduto! Ciò, al di là di tutti gli aspetti congiunturali (leggasi l'arresto della moglie di Mastella o le dichiarazioni di Veltroni sull'atteggiamento del PD alle prossime elezioni), mostra ancora una volta l'incapacità delle rappresentanze politiche del Capitale ad uscire da una crisi economica e politica che si è sviluppata ben oltre le loro possibilità di controllo. L'unica soluzione, che sia Veltroni che Berlusconi offrono al Capitale e di cui si contendono la guida politica, è quella di far pagare la crisi economica alle lavoratrici ed ai lavoratori, attraverso un attacco feroce all'occupazione, ai diritti ed al salario, attraverso un'esemplificazione durissima della capacità repressiva dello Stato contro le lotte e la resistenza allo sfruttamento, con l'obiettivo dichiarato di mantenere dipendente il salario ed indipendente il profitto. Entrambi hanno risposto alle esortazioni sempre più pressanti di Montezemolo e Confindustria mettendo a punto, assieme, una nuova legge elettorale che recepisce in buona parte le richieste del Referendum promosso da Mario Segni: Veltroni la lega ad un "governo di responsabilità nazionale", Berlusconi la rimanda al nuovo Governo. Si tratta comunque di una strada tutta politicista che mira a ridurre spazi di democrazia, con l'obiettivo esplicito di ingabbiare le lotte, la resistenza, le aspirazioni al cambiamento, in nome di una competizione sempre più bipolare, se non addirittura bipartitica. Non c´è democrazia laddove una minoranza pretende di poter decidere come fosse maggioranza! La stabilità di governo assunta come valore e non come opportunità rappresenta soltanto la rincorsa verso la conservazione del potere, verso una politica dalle mani libere anche sotto il profilo etico-morale ed affrancata da ogni controllo democratico.
3. Il governo Prodi è caduto! Da questa esperienza, ne esce sconfitto un ceto sindacale confederale inetto che, in nome del "governo amico", si è fatto paladino delle compatibilità con Confindustria, ha soffocato le lotte dei lavoratori, ha ridotto al minimo le richieste salariali - pochi euro in tanti anni -, ha negoziato accordi penalizzanti come quello sul Welfare. Le tantissime morti sul lavoro non possono non essere considerate il frutto anche di questa politica sindacale!
Ad essere sconfitta è anche la sedicente "sinistra radicale" che, prima fra tutti, ha svenduto le speranze delle lavoratrici e dei lavoratori in cambio di un ruolo di secondo piano nel teatrino della politica! Di fronte al fallimento dell´illusione di poter influenzare, "da sinistra", un esecutivo completamente subordinato ai poteri forti del capitalismo italiano, bisognerebbe aprire una seria riflessione sulla fine degli spazi di agibilità per le ipotesi socialdemocratiche di cogestione della crisi. E, invece, il progetto fallimentare della Cosa Rossa, in crisi ancora prima della sua nascita, sta già lasciando dietro di sé un esercito di militanti delusi e passivizzati, senza prospettive politiche.
4. Ma non tutti hanno ceduto alle lusinghe e ai tentativi di corruzione! Non tutti hanno accettato la logica del regime bipolare né sono disponibili ad accettare di tutto, anche il peggio, per paura del "ritorno" di Berlusconi! Le manifestazioni di Roma in occasione della visita di Bush in Italia e di Vicenza contro la nuova base Usa, le manifestazioni dei Metalmeccanici, le lotte in Campania contro le discariche e gli inceneritori, così come tante altre mobilitazioni popolari, compresa anche quella del 20 ottobre imposta ai dirigenti de PRC e PDCI dai loro militanti di base, hanno dimostrato che c'è una vasta rete di movimenti di massa, forze sindacali non concertative, di strutture popolari di base, di lavoratrici e lavoratori coscienti che ha espresso la propria autonomia da Padroni ed Istituzioni, che ha continuato a resistere alla prevalenza degli interessi del Capitale anche quando si è fatta rappresentare dal Governo della borghesia "illuminata" (quale ha cercato di essere il governo Prodi). Si tratta di una rete le cui rivendicazioni ed i cui bisogni (lavoro, salario, salute, servizi sociali, ambiente, pace) devono essere il centro dell'azione di agitazione e di lotta che le forze politiche del movimento comunista dovrebbero sviluppare in un periodo di crisi politica istituzionale come questo. Ma tali forze politiche sono ancora, purtroppo, divise e frammentate, e perciò rischiano di rimanere un semplice insieme di microorganizzazioni cristallizzate ed autoreferenziali (senza possibilità di evolvere verso forme più avanzate e più rispondenti alle necessità che il conflitto di classe impone). Se queste dimensioni organizzative potevano avere una loro ragion d'essere quando rappresentavano la "sinistra della sinistra" - mentre il corpo centrale rappresentativo della classe era costituito nei partiti e nei sindacati "storici" - in quanto esercitavano la funzione di pungolo e di ostacolo alla deriva revisionista dei partiti storici della sinistra, oggi questa funzione non solo non è prioritaria, ma addirittura oggettivamente "conservatrice". Oggi, la maggior parte della classe non è organizzata e rischia di perdere coscienza di sé e della sua potenziale forza di cambiamento. Oggi i partiti storici della sinistra non esistono più. Oggi la fase politica è fortemente cambiata.
5. E' necessario un forte salto in avanti attraverso un programma di lotta incentrato sugli interessi popolari e di classe; vanno riunificate le avanguardie reali della classe, le energie migliori del movimento sindacale e dei movimenti di lotta in un’organizzazione politica comunista che sia veramente un "Partito nuovo" e non l'ennesimo "nuovo partitino". I lavoratori ed i movimenti popolari hanno bisogno di avere un’organizzazione politica, non, decine di organizzazioni! Il nostro è quindi un appello ad avviare, insieme, questo processo. Un processo che abbia, alla sua base, l'Unità delle comuniste e dei comunisti, cioè di quante/i lavorano per l´organizzazione indipendente del proletariato come strumento di trasformazione sociale, per il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi, per l'abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo a qualsiasi titolo, e della schiavitù del lavoro salariato, per la riappropriazione sociale dei beni comuni.
Siamo consapevoli che si tratterà di un processo lungo, tutt'altro che semplice, e che richiederà necesseriamente (per un certo periodo) una fase "costituente". Siamo però convinti che i tempi siano maturi per cominciare questo percorso comune di speranza e di riscossa.
COORDINAMENTO PER L’UNITA’ DEI COMUNISTI
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