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    August 31

    La conquista dello Stato

     
    La concentrazione capitalistica, determinata dal modo di produzione, produce una corrispondente concentrazione di masse umane lavoratrici. In questo fatto bisogna cercare l'origine di tutte le tesi rivoluzionarie del marxismo, bisogna cercare le condizioni del costume nuovo proletario, dell'ordine nuovo comunista destinato a sostituire il costume borghese, il disordine capitalistico generato dalla libera concorrenza e dalla lotta di classe.
    Nella sfera dell'attività generale capitalistica, anche il lavoratore opera sul piano della libera concorrenza, è un individuo-cittadino. Ma le condizioni di partenza della lotta non sono uguali per tutti; nello stesso tempo: l'esistenza della proprietà privata porta la minoranza sociale in condizioni di privilegio, rende impari la lotta. Il lavoratore è continuamente esposto ai rischi più micidiali: la sua vita stessa elementare, la sua cultura, la vita e l'avvenire della sua famiglia sono esposti ai contraccolpi bruschi delle variazioni del mercato di lavoro. Il lavoratore tenta allora di uscire dalla sfera della concorrenza e dell'individualismo. Il principio associativo e solidaristico diventa essenziale della classe lavoratrice, muta la psicologia e i costumi degli operai e contadini. Sorgono istituti e organi nei quali questo principio si incarna; sulla base di essi si inizia il processo di sviluppo storico che conduce al comunismo dei mezzi di produzione e di scambio.
    L'associazionismo può e deve essere assunto come il fatto essenziale della rivoluzione proletaria. Dipendentemente da questa tendenza storica sono sorti nel periodo precedente all'attuale (che possiamo chiamare periodo della I e II Internazionale o periodo di reclutamento) e si sono sviluppati i Partiti socialisti e i sindacati professionali.
    Lo sviluppo di queste istituzioni proletarie e di tutto il movimento proletario in genere non fu però autonomo, non ubbidiva a leggi proprie immanenti nella vita e nella esperienza storica della classe lavoratrice sfruttata. Le leggi della storia erano dettate dalla classe proprietaria organizzata nello Stato. Lo Stato è sempre stato il protagonista della storia, perché nei suoi organi si accentra la potenza della classe proprietaria, nello Stato la classe proprietaria si disciplina e si comporta in unità, sopra i dissidi e i cozzi della concorrenza, per mantenere intatta la condizione di privilegio nella fase suprema della concorrenza stessa: la lotta di classe per il potere, per la preminenza nella direzione e nel disciplinamento della società.
    In questo periodo il movimento proletario fu solo una funzione della libera concorrenza capitalistica. Le istituzioni proletarie dovettero assumere una forma non per legge interna, ma per legge esterna, sotto la pressione formidabile di avvenimenti e di coercizioni dipendenti dalla concorrenza capitalistica. Da ciò hanno tratto origine gli intimi conflitti, le deviazioni, i tentennamenti, i compromessi che caratterizzano tutto il periodo di vita del movimento proletario precedente all'attuale e che hanno culminato nella bancarotta della II Internazionale.
    Alcune correnti del movimento socialista e proletario avevano posto esplicitamente come fatto essenziale della rivoluzione l'organizzazione operaia di mestiere e su questa base fondavano la loro propaganda e la loro azione. Il movimento sindacalista parve, per un momento, essere il vero interprete del marxismo, vero interprete della verità.
    L'errore del sindacalismo consiste in ciò: nell'assumere come fatto permanente, come forma perenne dell'associazionismo, il sindacato professionale nella forma e con le funzioni attuali, che sono imposte e non proposte, e quindi non possono avere una linea costante e prevedibile di sviluppo. Il sindacalismo, che si presentò come iniziatore di una tradizione liberista "spontaneista", è stato in verità uno dei tanti camuffamenti dello spirito giacobino e astratto.
    Da ciò gli errori della corrente sindacalista, che non riuscì a sostituire il Partito socialista nel compito di educare alla rivoluzione la classe lavoratrice. Gli operai e i contadini sentivano che, per tutto il periodo in cui la classe proprietaria e lo Stato democratico-parlamentare dettano le leggi della storia, ogni tentativo di evasione dalla sfera di queste leggi è inane e ridicolo. È certo che nella configurazione generale assunta dalla società colla produzione industriale, ogni uomo può attivamente partecipare alla vita e modificare l'ambiente solo in quanto opera come individuo-cittadino, membro dello Stato democratico-parlamentare. L'esperienza liberale non è vana e non può essere superata se non dopo averla fatta. L'apoliticismo degli apolitici fu solo una degenerazione della politica: negare e combattere lo Stato è fatto politico tanto quanto inserirsi nella attività generale storica che si unifica nel Parlamento e nei comuni, istituzioni popolari dello Stato. Varia la qualità del fatto politico: i sindacalisti lavoravano fuori della realtà e quindi la loro politica era fondamentalmente errata; i socialisti parlamentaristi lavoravano nell'intimo delle cose, potevano sbagliare (commisero anzi molti e pesanti sbagli), ma non errarono nel senso della loro azione e perciò trionfarono nella "concorrenza"; le grandi masse, quelle che con il loro intervento modificano obbiettivamente i rapporti sociali, si organizzarono intorno al Partito socialista. Nonostante tutti gli sbagli e le manchevolezze, il Partito riuscì, in ultima analisi, nella sua missione: far diventare qualcosa il proletario che prima era nulla, dargli una consapevolezza, dare al movimento di liberazione un senso diritto e vitale che corrispondeva, nelle linee generali, al processo di sviluppo storico della società umana.
    Lo sbaglio più grave del movimento socialista è stato di natura simile a quello dei sindacalisti. Partecipando all'attività generale della società umana nello Stato, i socialisti dimenticarono che la loro posizione doveva mantenersi essenzialmente di critica, di antitesi. Si lasciarono assorbire dalla realtà, non la dominarono.
    I comunisti marxisti devono caratterizzarsi per una psicologia che possiamo chiamare "maieutica". La loro azione non è di abbandono al corso degli avvenimenti determinati dalle leggi della concorrenza borghese, ma di partecipazione critica. La storia è un continuo farsi, è quindi essenzialmente imprevedibile. Ma ciò non significa che "tutto" sia imprevedibile nel farsi della storia, che cioè la storia sia dominio dell'arbitrio e del capriccio irresponsabile. La storia è insieme libertà e necessità. Le istituzioni, nel cui sviluppo e nella cui attività la storia si incarna, sono sorte e si mantengono perché hanno un compito e una missione da realizzare. Sono sorte e si sono sviluppate determinate condizioni obbiettive di produzione dei beni materiali e di consapevolezza spirituale degli uomini. Se queste condizioni obbiettive, che per la loro natura meccanica sono commensurabili quasi matematicamente, mutano, muta anche la somma di rapporti che regolano e informano la società umana, muta il grado di consapevolezza degli uomini; la configurazione sociale si trasforma, le istituzioni tradizionali si immiseriscono, sono inadeguate al loro compito, diventano ingombranti e micidiali. Se nel farsi della storia l'intelligenza fosse incapace a cogliere un ritmo, a stabilire un processo, la vita della civiltà sarebbe impossibile: il genio politico si riconosce appunto da questa capacità di impadronirsi del maggior numero possibile di termini concreti necessari e sufficienti per fissare un processo di sviluppo e dalle capacità quindi di anticipare il futuro prossimo e remoto e sulla linea di questa intuizione impostare l'attività di uno Stato, arrischiare la fortuna di un popolo. In questo senso Carlo Marx è stato di gran lunga il più grande dei geni politici contemporanei.
    I socialisti hanno, supinamente spesso, accettato la realtà storica prodotto dell'iniziativa capitalistica; sono caduti nell'errore di psicologia degli economisti liberali: credere alla perpetuità delle istituzioni dello Stato democratico, alla loro fondamentale perfezione. Secondo loro la forma delle istituzioni democratiche può essere corretta, qua e là ritoccata, ma deve essere rispettata fondamentalmente. Un esempio di questa psicologia angustamente vanitosa è dato dal giudizio minossico di Filippo Turati, secondo il quale il parlamento sta al Soviet come la città sta all'orda barbarica.
    Da questa errata concezione del divenire storico, dalla pratica annosa del compromesso e da una tattica "cretinamente" parlamentarista, nasce la formula odierna sulla "conquista dello Stato".
    Noi siamo persuasi, dopo le esperienze rivoluzionarie della Russia, dell'Ungheria e della Germania, che lo Stato socialista non può incarnarsi nelle istituzioni dello Stato capitalista, ma è una creazione fondamentalmente nuova per rispetto ad esse, se non per rispetto alla storia del proletariato. Le istituzioni dello Stato capitalista sono organizzate ai fini della libera concorrenza: non basta mutare il personale per indirizzare in un altro senso la loro attività. Lo Stato socialista non è ancora il comunismo, cioè l'instauramento di una pratica e di un costume economico solidaristico, ma è lo Stato di transizione che ha il compito di sopprimere la concorrenza con la soppressione della proprietà privata, delle classi, delle economie nazionali: questo compito non può essere attuato dalla democrazia parlamentare. La formula "conquista dello Stato" deve essere intesa in questo senso: creazione di un nuovo tipo di Stato, generato dalla esperienza associativa della classe proletaria e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare.
    E qui ritorniamo al punto di partenza. Abbiamo detto che le istituzioni del movimento socialista e proletario del periodo precedente all'attuale non si sono sviluppate autonomamente, ma come risultato della configurazione generale della società umana dominata dalle leggi sovrane del capitalismo. La guerra ha capovolto la situazione strategica della lotta di classe. I capitalisti hanno perduto la preminenza; la loro libertà è limitata; il loro potere è annullato. La concentrazione capitalistica è arrivata al massimo sviluppo consentitole, realizzando il monopolio mondiale della produzione e degli scambi. La corrispondente concentrazione delle masse lavoratrici ha dato una potenza inaudita alla classe proletaria rivoluzionaria.
    Le istituzioni tradizionali del movimento sono diventate incapaci a contenere tanto rigoglio di vita rivoluzionaria. La loro stessa forma è inadeguata al disciplinamento delle forze inseritesi nel processo storico consapevole. Esse non sono morte. Nate come funzione della libera concorrenza, devono continuare a sussistere fino alla soppressione di ogni residuo di concorrenza, fino alla completa soppressione delle classi e dei partiti, fino alla fusione delle dittature proletarie nazionali nell'Internazionale comunista. Ma accanto ad esse devono sorgere e svilupparsi istituzioni di tipo nuovo, di tipo statale, che appunto sostituiranno le istituzioni private e pubbliche dello Stato democratico parlamentare. Istituzioni che sostituiscano la persona del capitalista nelle funzioni amministrative e nel potere industriale e realizzino l'autonomia del produttore nella fabbrica; istituzioni capaci di assumere il potere direttivo di tutte le funzioni inerenti al complesso sistema di rapporti di produzione e di scambio che legano i reparti di una fabbrica tra di loro, costituendo l'unità economica elementare, che legano le varie attività dell'industria all'attività agricola, che per piani orizzontali e verticali devono costituire l'armonioso edifizio della economia nazionale e internazionale, liberato dalla tirannia ingombrante e parassitaria dei privati proprietari.
    Mai la spinta e l'entusiasmo rivoluzionario sono stati più fervidi nel proletariato dell'Europa occidentale. Ma ci pare che alla coscienza lucida ed esatta del fine non si accompagni una coscienza altrettanto lucida ed esatta dei mezzi idonei, nel momento attuale, al raggiungimento del fine stesso. Si è ormai radicata la convinzione nelle masse che lo Stato proletario è incarnato in un sistema di Consigli di operai, contadini e soldati. Non si è ancora formata una concezione tattica che assicuri obbiettivamente la creazione di questo Stato. È necessario perciò creare fin d'ora una rete d'istituzioni proletarie, radicate nella coscienza delle grandi masse, sicure della disciplina e della fedeltà permanente delle grandi masse, nelle quali la classe degli operai e dei contadini, nella sua totalità, assuma una forma ricca di dinamismo e di possibilità di sviluppo. È certo che se oggi, nelle condizioni attuali di organizzazione proletaria, un movimento di masse si verificasse con carattere rivoluzionario, i risultati si consoliderebbero in una pura correzione formale dello Stato democratico, si risolverebbe[ro] in un aumento di potere della Camera dei deputati (attraverso una assemblea costituente) e nella assunzione al potere dei socialisti pasticcioni anticomunisti. L'esperienza germanica e austriaca deve insegnare qualcosa. Le forze dello Stato democratico e della classe capitalistica sono ancora immense. non bisogna dissimularsi che il capitalismo si regge specialmente per l'opera dei suoi sicofanti e dei suoi lacchè e la semenza di tale genia non è certo sparita.
    La creazione dello Stato proletario non è, insomma, un atto taumaturgico: è anch'essa un farsi, è un processo di sviluppo. Presuppone un lavoro preparatorio di sistemazione e di propaganda. Bisogna dare maggior sviluppo e maggiori poteri alle istituzioni proletarie di fabbrica già esistenti, farne sorgere di simili nei villaggi, ottenere che gli uomini che le compongono siano dei comunisti consapevoli della missione rivoluzionaria che l'istituzione deve assolvere. Altrimenti tutto il nostro entusiasmo, tutta la fede delle masse lavoratrici non riuscirà a impedire che la rivoluzione si componga miseramente in un nuovo Parlamento di imbroglioni, di fatui e di irresponsabili e che nuovi e più spaventosi sacrifizi siano resi necessari per l'avvento dello Stato dei proletari.
     
    A. Gramsci, L'Ordine Nuovo 12 luglio 1919, anno 1 n. 9
     
    Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare. Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi al riconoscimento della dittatura del proletariato.
     
    Lenin, Stato e Rivoluzione
    August 29

    Non prendiamo lezioni di convivenza dai fascisti

     

    Pubblico anche se molto in ritardo questo comunicato inviatomi dall'Associazione Dhuumcatu. Di certo non mancherò alla manifestazione di oggi.

     

    Comunicato Stampa

    Non prendiamo lezioni di convivenza dai fascisti

     

    In risposta al presidio fascista

    contro la convivenza interculturale all’Esquilino

    Manifestazione

    Mercoledì 29 Agosto 2007, ore17.00

    Piazza Vittorio, Roma

     

    Cari compagni,

    da circa una settimana stiamo assistendo a diverse polemiche per l’apertura di una Sala Preghiera all’Esquilino vicino ad una chiesa. Il Comune di Roma ha messo i sigilli al locale per presunte irregolarità dei lavori di restaurazione della struttura, sita a Roma in Via San Vito.

    Ma noi non capiamo perché il Padre dei fascisti, l’Onorevole Storace, ha indetto un presidio contro l’apertura della Sala Preghiera, nè abbiamo capito dopo il sequestro del locale perché la Prefettura ha autorizzato il presidio dei fascisti.

    Forse l’onorevole Storace non vede la realtà della convivenza ed ha mandato i suoi figli a Piazza Vittorio per seminare fascismo e razzismo. Noi con una domanda di un minore rispondiamo.

    Un minore di 17 anni, cittadino immigrato di fede islamica da parte paterna e cattolica da quella materna, si chiede come mai per la chiesa di Via Merulana, che ospita i musulmani per pregare, e la chiesa di San Leone, che ospita per ben due volte a settimana gli induisti, non vi sono polemiche, mentre questo caso ha sollevato tanto clamore.

    "Perchè soltanto all’Esquilino non possiamo vivere tutti insieme?"

    La risposta, che chiediamo anche a voi, compagni giornalisti, editori, intellettuali, lavoratori e studenti, è che tutt’ora permangono ideologie fasciste, che diffondono costruzioni sociali della diversità culturale, intesa come un pericoloso nemico.

    Accanto all’attacco fascista alla pacifica convivenza interculturale nel quartiere, abbiamo assistito anche ad un atteggiamento di deresponsabilizzazione da parte dell’amministrazione locale, che ha delegato una questione politico-sociale ai vigili urbani.

    Ricordiamo che il sequestro del locale della moschea dell’Esquilino è un atto abusivo dei vigili, perchè non si tratta di una costruzione, ma soltanto della restaurazione di una proprietà privata. In questo caso il Comune può solo sequestrare l’area specifica per interrompere i lavori ritenuti irregolari, ma non l’intero locale e l’accesso ad esso.

    I vigili urbani durante il sequestro non hanno dato la possibilità di portare via i materiali privati. Hanno sigillato il locale appartenente ad un’associazione d’immigrati, assumendo verso questi un atteggiamento discriminatorio e senza ascoltare il parere di un magistrato.

    In tutta questa vicenda noi vediamo un pericoloso aumento del clima discriminatorio nei confronti delle minoranze religiose, in particolare quelle islamiche, a dispetto di un paese, l’Italia, che si ritiene laico e democratico.

    Allora invitiamo a tutti, immigrati ,italiani, islamici, induisti, buddisti, cristiani, sihk, preti cattolici, purohit, imam, lama, Baba, donne, uomini, bambini, lavoratori, disoccupati, studenti, commercianti a scendere in piazza per dire che questo mondo è nostro, Roma è per tutti, e l’Esqulino è un esempio della multiculturalità!

    Dhuumcatu, via Nino Bixio-12, tel:0644361830, E-mail:

    dhuumcatu@yahoo.it 
    August 28

    Il Battaglione Socialista.. .la cellula della rivoluzione

     
    Ieri [25 agosto, NdR] è stata celebrata un´immensa assemblea dei battaglioni socialisti.
    Cosa sono i battaglioni? La cellula madre della militanza politica chavista. Ogni battaglione deve essere composto da un minimo di 200 persone, fino a un massimo di 400, accomunate da vicinanza territoriale.
    Il battaglione deve riunirsi il sabato alle 2,00 p.m. per discutere in luoghi pubblici riconoscibili dalla stella rossa. La stella rossa non è un simbolo casuale, è il recupero della simbologia comunista 'storica'.
    Il primo compito: difendere le riforme della Costituzione (non discuterla), e ovviamente contribuire alla nascita del Partito Socialista Unito (non unico) del Venezuela, che entro Dicembre dovrebbe essere definitivamente strutturato. I battaglioni sono la ramificazione sul territorio del socialismo, spingeranno alla militanza di massa, alla partecipazione del uomo "totale", politico a tutto tondo. Controlleranno che 'l'opposizione non torni al potere' , sottolinea l'ex tenente colonnello.
    All´assemblea del Poliedro è presente Chávez, "dovete stare svegli 24 ore a giorno, vigilare la rivoluzione" aizza la folla, mostra la nuova Costituzione, non blu ma rossa (foto in basso). Si scaglia contro i partiti della sua coalizione che non vogliono disciogliersi e confluire nel Psuv. 'Dovete essere disciplinati, qui non vogliamo anarchici'. Messaggio in codice per Podemos di Ismael Garcia e Ppt.
    Il Movimento V Republica (MVR), movimento-partito di Chàvez che verrà superato dal PSUV, è definitivamente morto, è servito al presidente per andare al potere, ma non è riuscito a riconvertirsi in partito. In realtà il problema vero è che MVR non ha 'qualità rivoluzionaria' , come ha sottolineato ieri il Presidente venezuelano.
    Il MVR non è mai riuscito a creare una militanza di massa, tutti i gruppi di base che appoggiano Chávez nei barrios si posizionano al di fuori del MVR, e spesso in sua contraddizione: movimento troppo moderato per gli aneliti rivoluzionari delle masse. Nel 23 de Enero, barrio di Caracas, il MVR era addirittura considerato alla stregua dell' 'oligarchia' .
    Ora, a quasi 9 anni dall'inizio del chavismo, strutturare la rivoluzione diventa una necessità, per darle solidità, costruire il consenso, governare le masse, ma soprattutto per resistere ai momenti di crisi fisiologici per un paese del petrolio.
     
    di Piero Armenti - www.notiziedacaracas.it
     
    Aggiungo io che questi battaglioni socialisti mi ricordano tanto i CDR cubani.

    I Tre punti di Walter per diventare sindaco d’Italia

     
    Cosa di meglio di una farsa come le primarie per acclamare pubblicamente la propria leadership incontrastata? Che Walter fosse il leader massimo del Partito Democratico è noto fin da quando la nostra borghesia di "sinistra" ha deciso di dar vita a questo contenitore in puro stile americano. Presentato come qualcosa di nuovo, come una nuova Casa per il campo progressista mondiale, il PD in realtà puzza di vecchio e anche molto. D’altronde cosa c’è di meglio del bipolarismo all’americana per eliminare ogni opposizione di classe dentro questo paese? Manca solo il partito unico del centro destra e abbiamo anche qui i nostri Repubblicani e Democratici.
    Ma le ambizioni del futuro leader non si fermano all’ambito nazionale, egli sogna una nuova Internazionale di socialisti e democratici. Un polo progressista abile nel presentare le ricette neoliberali come qualcosa di necessario, ma che non si scorda di concedere qualcosina al popolo per azzerare il conflitto sociale. Ovviamente oltre alla carota, il nostro Walter sa usare bene anche il bastone quando serve. Ma senza il consenso nessuno Stato può rimanere in piedi utilizzando solo la coercizione. E il nostro 8° Re di Roma, Walter non a caso è un grande dispensatore di "Panem et circenses" per il popolo, oltre che di appalti pubblici per i suoi amici costruttori.
    Ma delineato il vincitore vediamo il suo programma. Tre punti per imbrogliare ed accontentare tutti, ma i borghesi più degli altri.
    Al primo punto "l’Ecologismo del sì". Un ecologismo che mischia indistintamente, in un tutt'uno prendi o lascia, l’utilizzo delle fonti rinnovabili al completamento delle grandi opere. Quindi si farà la TAV, come i rigassificatori. Perché il paese e il progresso, e soprattutto le tasche dei cari costruttori, ne hanno bisogno. Una grande casa di malaffare quella dei costruttori, trasversale ad entrambi gli schieramenti, che va dagli amici palazzinari alle cooperative rosse, passando per la famiglia Lunardi.
    Al secondo punto troviamo la "lotta al precariato". Le intenzioni sembrerebbero buone, ma con le sole intenzioni non si va da nessuna parte. Ciò non toglie che indubbiamente è una parola d’ordine che da voti, soprattutto a sinistra. E’ chiaro che questo è un punto meramente propagandistico e truffaldino, che in pratica non influirà per nulla nella politica del futuro PD. A parte forse concedere qualche sussidio o qualche forma di reddito ai meno abbienti, ma si sa Re Walter è un maestro nelle opere caritatevoli. Il succo di ciò è chiaramente eliminiamo le storture più lampanti di questo sistema, ma manteniamolo ben saldo. E in Italia la parola d’ordine dei capitalisti per aumentare il profitto è abbassare il costo della forza-lavoro. Ovvero ridurre il salario reale aumentando il costo della vita. La possibilità di una inversione di rotta, ma non di sostanza, dipenderà esclusivamente dalla congiuntura internazionale e da quanto spazio nello scenario internazionale si sarà ritagliato l’imperialismo nostrano. Un imperialismo trasversale anche questo ai due schieramenti.
    E per concludere al terzo punto la tanto cara alla destra, sicurezza. Re Walter garantirà pene sicure per ogni criminale di qualsiasi nazionalità. Niente più stranieri liberi di fare ciò che vogliono, niente più cavalli di battaglia da cavalcare per la destra. Ma la stessa sicurezza oltre a difendere i deboli sarà strumento della loro oppressione. Sarà repressione di ogni forma di dissenso e di violazione della legalità borghese. Qualsiasi forma di violenza, che non sia di Stato, non sarà tollerata.
    E per concludere Re Walter ci comunica che il tutto verrà realizzato senza disdegnare l’appoggio parlamentare dello schieramento di centro destra per "l’interesse generale del Paese". Ho i miei buoni motivi per credere che chiunque vinca nel teatrino parlamentare l’oppressione interna ed esterna diventerà enorme.
    August 27

    Perché aderire alla manifestazione del 20 ottobre?

     
    Pubbblico volentieri questo intervento sulla manifestazione del 20 ottobre largamente condivisibile.
     
    E’ pensabile che la CUB od altre realtà del sindacalismo di base aderiscano ad una manifestazione promossa da sostenitori del governo Prodi (la "sinistra radicale" PRC-VERDI-PDCI) per riportare "sulla giusta rotta programmatica" il governo del centro sinistra? Dico di NO per una serie di motivi, in primo luogo perché un sindacato conflittuale e non concertativo non ha governi amici, non ha padrini politici, non è "cinghia di trasmissione" di chicchessia e nemmeno portatore d’acqua e di vivande a progetti politici, a meno che non decida di snaturare il proprio ruolo di rappresentante indipendente ed autorganizzato delle realtà di base, per rivestire quello di fiancheggiatore istituzionalizzato. Cio’ che oggi produce il governo Prodi (ed ampliamente prevedibile anche prima delle elezioni) è l’accelerazione delle politiche liberiste tracciate anche prima del governo Berlusconi, dal primo governo Prodi e dal successivo governo D’Alema ecc., con la ripresa su vasta scala della concertazione (vedi accordi-capestro sulla triennalizzazione dei contratti del pubblico impiego e innalzamento dell’età pensionabile, mantenimento delle leggi Biagi e Treu ecc.), che rende fattibile e praticabile questa politica antioperaia, perché sostenuta dai sindacati concertativi. Quindi conserverei le energie per scendere in piazza sul serio, (come per lo sciopero del P.I. indetto dalle RdB a marzo) contro il governo Prodi e le sue politiche, peraltro avvallate regolarmente dalla sua ala sinistra, oggi in caduta di consensi e per questo alla ricerca di una verginità perduta. Solo una ripresa su vasta scala delle agitazioni sindacali potrà ostacolare le politiche "austere" di Padoa Schioppa, solo la mobilitazione di classe potrà bloccare la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Per non parlare delle politiche di guerra e degli stanziamenti per incrementare il bilancio militare, (peraltro accettati anche da Verdi, Rifondazione, Comunisti Italiani) che devono veder nascere un vero movimento di opposizione (dopo il fallimento pilotato del "movimento dei movimenti"), sganciato dalle dinamiche istituzionali e dagli ipocriti di palazzo. Nessun favoreggiamento all’ipocrisia trasformista, nessuna sottomissione al vergognoso ricatto: "se cade Prodi torna il Berluska" ma riorganizzazione delle lotte sindacali nella prospettiva di uno sciopero generale contro il governo Prodi e tutte le politiche padronali.

    Umberto Cotogni, RdB CUB La Spezia

    August 25

    Sopprusi quotidiani nei Territori Occupati

     
    Su youtube uno dei tanti soppprusi effettuati da parte di soldati israeliani nei checkpoint. In questo caso sono state riprese da un attivista americano le violenze su tre bambini palestinesi a Ras at-Tira, villaggio completamente circondato dal muro della vergogna. In pratica una prigione all'aperto. 
     
     
    Botte e sputi sui tre bambini da parte di una "valorosa" soldatessa israeliana.
    Segue un altro "coraggioso" soldato di Tsahal che picchia ripetutamente un giovane palestinese.
     
    Un popolo, quello palestinese, umiliato e aggredito quotidianamente dall'esercito sionista e dai coloni paramilitari israeliani.
    Un popolo che dopo aver espresso il proprio libero voto a favore delle formazioni che resistono all'aggressione, si ritrova oggi con un governo di collaborazionisti sostenuto dall'Occidente. Lo stesso Occidente che non ha esitato ad usare tutte le proprie armi economiche per strangolare il governo legittimamente eletto di Hamas.
     
    Nonostante ciò,
    la Palestina Resiste.
     
    PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!
    August 24

    La democrazia, si identifica con il pluripartitismo?

     
    Articolo preso dalla sezione ASICUBA di Isole nella Rete.
     
    Può un Paese con un solo partito essere definito non democratico o, addirittura, dittatoriale?
     
    Il cosiddetto mondo occidentale industrializzato, arricchitosi depredando per secoli il resto del pianeta sta imponendo ora un nuovo liberismo economico e un pensiero unico di valutazione e giudizio, al fine di imporsi come il migliore, l'unico, legittimato dalle proprie leggi (del profitto), ad autodefinirsi "libero e democratico". In realtà usa ed abusa dei termini quanto della dignità dei popoli e della natura, strangolando ogni "anomalia" che si oppone a questo "nuovo ordine" imposto al mondo intero.
    La possibilità di capire ciò che ci circonda diventa ogni giorno sempre più difficile, i mass-media sono alcuni degli strumenti di penetrazione che ci bombardano ogni momento della nostra vita con tutto quanto possa servire al potere, selezionando accuratamente ciò che dobbiamo e possiamo sapere, inducendo così non libere scelte come potremmo credere, ma valutazioni già precostituite alle quali finiamo per credere come fossero nostre, rendendoci così, nostro malgrado, prodotti della società in cui viviamo. Così, con la penetrazione a livello popolare dei disvalori della società borghese (la cultura della classe dominante è diventata dominante), si spiega il diffuso consenso apatico, l'individualismo e così scendendo fino al razzismo, mentre la situazione reale di continuo deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani; la svendita al capitale privato delle proprietà produttive dello Stato; la perdita costante dei diritti e delle garanzie sociali, richiederebbero una volontà di opposizione di cui non si vedono nemmeno le premesse.
    Ma non tutto è comunque così scontato, il controllo delle menti non può essere totale, le stesse contraddizioni insolubili create, e necessariamente mantenute, da un sistema sociale che si nutre delle sofferenze e dell'emarginazione della maggior parte dei popoli e di larghi strati sociali anche nelle proprie metropoli "modello" sono le levatrici di una inesauribile volontà di riscatto, di un mondo migliore.
    Quindi uno dei compiti dei menzionati mass-media è quello di nascondere, deformare o infangare il significato di quei focolai di dignità che inevitabilmente si oppongono rifiutando il ruolo a loro riservato dalle leggi del capitale.
    Una di queste realtà ed esempio di dignità è rappresentata dalla Rivoluzione cubana, strangolata dal blocco commerciale e finanziario che gli USA e i loro vassalli le impongono.
    Cuba è nel mirino del mondo "democratico" ed una delle accuse che solitamente le vengono fatte è quella di non essere un Paese libero e pluralista, in definitiva di essere una dittatura. Tant'è che si liquida la realtà cubana con una condanna che non lascia nessuno spazio all'argomentazione o all'informazione, sì che si viene indotti a credere che il coro generale ed unanime di calunnie esprima la verità. Ma quelle valutazioni, non corrispondenti assolutamente alla realtà, non hanno nemmeno l'attenuante della buona fede dei loro propugnatori, i quali sono inseriti nell'ottica di difesa di ben determinati privilegi, arrivando, come in questo caso ad evidenti e risibili paradossi. Al contrario di ciò che viene generalmente sostenuto Cuba è boicottata perché, dal trionfo della Rivoluzione, non ha mai accettato di contrattare sulla propria libertà e dignità di Paese sovrano: fra le prime "sovversive" misure intraprese vi furono la Riforma agraria che tolse la terra ai latifondisti per darla a chi la lavora e furono nazionalizzate le industrie neocoloniali straniere; fra le prime conquiste vi furono la poderosa campagna di alfabetizzazione che in due anni portò anche l'ONU a dichiarare Cuba territorio libero dall'analfabetismo e, successivamente, la realizzazione dei programmi definiti i fiori all'occhiello della Rivoluzione: la diffusione della sanità e dell'educazione gratuite per tutti. Queste conquiste, che nessun Paese capitalista può garantire, furono attuate in una piccola isola del Terzo Mondo, a novanta miglia dalle coste del più potente e prepotente Paese del globo, conquiste che hanno acceso e alimentano la speranza degli altri popoli costretti al sottosviluppo. Un esempio pericoloso e da distruggere per demolire la fiducia che ci possa essere un futuro migliore per i due terzi dell'umanità. Altro che lesa libertà a Cuba!
    Il paradosso raggiunge l'impudicizia nell'ordine impartito dagli USA ai propri vassalli di definire Cuba una dittatura. Se ciò fosse vero Cuba non sarebbe assediata ma al contrario "beneficiata" di tutta la "benevolenza" USA. Non è forse vero che gli USA sono stati amici ed alleati della dittatura franchista in Spagna, di Salazar in Portogallo e successivamente dei militari turchi e dei colonnelli greci? E non furono gli USA gli ideatori e finanziatori delle più violente e sanguinarie dittature in Africa, Asia e America Latina? Perfino la guerra che condussero contro il nazifascismo rispondeva a ben precisi interessi imperiali.
    Aldilà delle aberrazioni diffuse da un sistema sociale che comunque si sta putrefacendo sotto il peso delle proprie contraddizioni, opponendosi con tutte le forze (fra le quali anche le meschinità che abbiamo visto) ad un ulteriore sviluppo dell'umanità che oggi necessita di collaborazione e non di competizione, vediamo di aggiungere qualche altra constatazione.
    A Cuba esiste un solo partito: il Partito Comunista Cubano, quindi a Cuba esiste il monopartitismo. Può un Paese con un solo partito essere (per questo) definito non democratico o, addirittura, dittatoriale? La democrazia, si identifica con il pluripartitismo? Certamente il fare confusione serve al progetto di "dividere ed imperare" ma a noi serve la chiarezza quindi sgombriamo immediatamente il terreno dagli equivoci:
    • la democrazia
      è una forma di governo che fa derivare il suo potere dal popolo e ne subisce il controllo attraverso le proprie istituzioni politiche: sua legge fondamentale è l'uguaglianza e la libertà di tutti i cittadini;
    • il partito
    • è una associazione volontaria di cittadini che, uniti dalla stessa ideologia, svolgono una comune attività politica con il fine di conquistare il potere;
    • il pluripartitismo
    • è, di conseguenza, la concorrenza di detti partiti per imporsi nella corsa al potere.
    Quindi, quale nesso esiste fra la partecipazione popolare necessaria alla democrazia e la competizione fra gruppi belligeranti? Se un Paese con un solo partito può essere definito dittatoriale, perché gli USA che ne hanno solamente due viene presentato come l'essenza della democrazia? È un solo partito a fare una differenza così grande? Tra l'altro, i due partiti che negli USA si contendono il potere (il Democratico e il Repubblicano) difendono i medesimi grandi interessi dell'imperialismo che rappresentano, sì che in definitiva si possono definire come le due facce di un unico partito che potrebbe chiamarsi Demopubblicano. Ed un Paese frantumato in decine e decine di piccoli partiti in lotta fra loro (sintomo di un popolo disgregato e reso incapace di riconoscere i propri interessi collettivi) dovrebbe essere additato come un esempio di democrazia?
    Concediamo che può esservi una concatenazione fra la democrazia e il pluripartitismo, ma non necessariamente. Questa, se può esserci, esiste solo in determinate condizioni, fra le quali, per semplicità possiamo sintetizzarle così:
    • innanzitutto la partecipazione popolare deve essere reale e non solamente dichiarata;
    • in secondo luogo, gli interessi dichiarati e perseguiti debbono essere quelli popolari;
    • le opportunità debbono essere uguali per tutti e non determinate (come in realtà lo sono) dai capitali posseduti.

    Ma in una società divisa in classi antagoniste fra loro, vi sono necessariamente obbiettivi e interessi (aldilà di quelli dichiarati) opposti. I partiti e le organizzazioni che rappresentano gli interessi del capitale industriale e finanziario, non possono assolutamente fare gli interessi popolari (sarebbe semplicemente un non senso), e la classe di cui esprimono gli interessi (essendo la detentrice del potere economico), ha maggiori mezzi per concorrere rispetto agli altri! E in effetti, la reale competizione "pseudo democratica" si risolve eventualmente nell'antagonismo (questo sì pluralista) fra i vari modi di difendere i medesimi interessi del capitale, gabellando il popolo anche attraverso l'adescamento di cui diviene vittima, per coinvolgerlo nella propria rovina. In definitiva il popolo non ha bisogno di decine di partiti (specialmente se sono della borghesia) per sentirsi libero, gli basterebbe solamente quelli che esprimono le sue legittime necessità sociali, e se questi non fossero in concorrenza fra loro (come invece sembra indispensabile per i "democratico-pluralisti") ma alleati, svolgerebbero meglio il loro ruolo e (entrando ancor più nello specifico), se questi si unissero in un unico partito, proteso alla collaborazione nella costruzione di un mondo nuovo verrebbe fatto un ulteriore balzo in avanti verso un democrazia reale, nel senso più completo del termine, e non formale.

    Aldilà di tutta la demagogia utilizzata per diffondere la convinzione che la competizione dei partiti si identifica con la democrazia, qual è comunque il peso dei cittadini nelle scelte economiche e politiche del proprio Paese?
    Pur riconoscendo che la sinteticità, a volte necessaria o indispensabile, può dare spazio a diverse interpretazioni o scambiata per superficialità, per quanto riguarda la possibilità popolare di incidere dell'economia di un Paese capitalista si può tranquillamente affermare che questa è semplicemente nulla, essendo tali decisioni non sottoposte al controllo del Parlamento ma esclusivamente di competenza dei consigli di amministrazione aziendali e finanziari i quali, nel segreto delle loro riunioni, decidono le sorti di Paesi e popoli interi, stabilendo chi deve essere partecipe del banchetto dei profitti, chi ne deve pagare le spese e chi, non essendo di nessuna utilità per tali progetti, deve essere lasciato all'abbandono fino a morirne. In un siffatto Paese le scelte politiche non possono fare altro che seguire (appunto di questo si tratta), non di determinare le scelte economiche, bensì di legiferare in funzione degli interessi della classe che detiene il potere economico e che, naturalmente, vince le competizioni elettorali. E questo spiega perché chi paga le sciagurate politiche dei governi sono sempre i lavoratori, spiega anche perché i lavoratori, attraverso le tasse (che intaccano appena i privilegi dei ricchi ma rapinano la magre entrate delle fasce più deboli), pagano le ricerche tecnologiche e le ristrutturazioni delle aziende le quali, in ragione dei nuovi ritrovati, li licenziano senza tanti complimenti, si spiega altresì la selvaggia quanto sciagurata privatizzazione di ogni bene collettivo. Va da sé che, se il popolo non ha nessuna possibilità di incidere sulle scelte economiche (riservate esclusivamente a quella che potremo definire una moderna aristocrazia, privilegio derivatogli dalle ricchezze possedute), quelle politiche sono riservate alla casta dei loro vassalli.
    In questo modo la democrazia è trasformata in una maschera a caricatura di sé stessa dove il popolo viene utilizzato in modo marginale e solo in determinati momenti, per dargli l'impressione di essere costruttore, o almeno partecipe, del proprio futuro attraverso "libere" elezioni. Entriamone nel merito.
    Qual è il ruolo popolare nel processo elettorale di un Paese "democratico e pluralista" aldilà delle apparenze formali? Ogni programma e decisione vengono presi all'interno dei partiti e molto spesso, imitando quei consigli di amministrazione di cui si accennava poc'anzi, nel più totale silenzio. Al popolo è assegnato il ruolo passivo di spettatore di una chermesse dove i candidati dei vari partiti (non del popolo) dichiarano, senza eccezione alcuna, di essere votati alla soluzione degli interessi del Paese e quindi del popolo (il quale deve solamente ascoltare tutte le promesse fattegli), invadono ogni momento e ogni luogo utilizzando strumenti pubblicitari come fossero prodotti commerciali, e chi ha più soldi si impone maggiormente rispetto ad altri. L'elettore acquisisce un ruolo attivo solamente nel momento in cui, presentandosi al seggio elettorale, nella cabina pone un segno identificativo di delega sul simbolo del partito scelto. Solo in quel momento, dopo il "bombardamento a tappeto" ricevuto, nell'attimo della scelta, il cittadino concorre attivamente al processo in atto, dopodiché il ruolo previsto è quello del ritorno nella passività. Gli eletti possono agire senza rendere conto agli elettori delle promesse fattegli in precedenza, senza l'obbligo di rendicontare se i programmi promessi vengono realizzati o no. Tantomeno gli elettori hanno la possibilità di destituire chi non risultasse idoneo ad assolvere i compiti affidatigli.
    Per sommi capi, questa è la sostanza della democrazia borghese, fatta di formalità che, attraverso un martellante condizionamento ottenuto tramite i mezzi di manipolazione di massa di cui dispone, ottiene ampi consensi anche nelle file di chi avrebbe bisogno di una democrazia reale. Sarebbe invece segno di una democrazia più avanzata se, ad esempio, potesse essere il popolo a gestire i processi elettorali, senza la indesiderata quanto inquinante presenza dei partiti della borghesia e, perché no, anche senza la presenza di un proprio partito, un processo elettorale dove tutto il popolo, con ruolo attivo e determinante, attraverso organismi culturali e di massa, negli ambienti di lavoro e nei quartieri diventasse promotore e protagonista di migliaia di discussioni e confronti dialettici su tutti i problemi del Paese; assemblee dalle quali scaturiscano i candidati per decisione popolare, scelti fra i migliori di loro; dove il giorno delle votazioni fosse vissuto come una festa, senza la presenza dei militari, ma con i bambini come garanti del corretto svolgimento dei lavori, dove l'elettore, nel segreto della cabina elettorale, in continuità con tutto un processo partecipativo, va semplicemente a sancire giuridicamente una scelta già discussa e maturata collettivamente in precedenza, in collaborazione con altri. Un processo democratico che non finisca con il voto ma che obblighi gli eletti a rendere conto ogni sei mesi del loro operato davanti agli elettori i quali debbono avere la possibilità di destituirli nel caso questo si renda necessario.
    Questi auspici accennati, non sono il frutto di fantasie o sogni fuori da ogni realtà, fanno parte della cosiddetta "dittatura" cubana, dove è vero, esiste un solo partito: quello dei lavoratori, il quale però non partecipa al processo elettorale e non propone nemmeno candidati. Questo compito è assolto da apposite Commissioni formate dal sindacato dei lavoratori, dai Comitati di Difesa Rivoluzionaria, dalla Federazione delle Donne Cubane, dalla Associazione Nazionale dei Piccoli Coltivatori, dall'Associazione degli Studenti Universitari, dall'Associazione degli Studenti Medi. Ogni cittadino che ha compiuto 16 anni ha diritto al voto, si può essere eletti solo raggiungendo il 50 più 1 per cento dei voti, il candidato eletto continua a svolgere il proprio lavoro e contrae l'obbligo di rispondere alle interrogazioni periodiche pubbliche degli elettori.

    August 22

    Il Grande Metodo

     

    Allo scoppio della grande guerra molti membri della Lega si aspettavano che almeno in alcuni stati i lavoratori impedissero ai loro reggitori di condurre la guerra. Essi non credevano che i potenti riuscissero a convincere il popolo lavoratore della necessità della guerra. Accaddero due cose. Prima di tutto risultò che non era poi tanto necessario per fare la guerra che i lavoratori fossero convinti della sua necessità; c’erano metodi molto efficaci per condurli in guerra anche non convinti. In secondo luogo si potevano convincere grandi masse di lavoratori della necessità della guerra. Nel quadro di tutto il sistema dell’economia la guerra era davvero necessaria; rientrava in questa economia, e chi tra i lavoratori dubitava che si dovesse o potesse eliminare tutto il sistema, poteva per l’appunto essere convinto della necessità della guerra. Quando dunque si vide che dai lavoratori non veniva nessuna opposizione alla guerra, o un’opposizione molto debole, molti membri della Lega si convinsero che non c’era nulla da fare. Mi-en-leh si batté contro questa convinzione. Il modo di produzione ha determinato una contraddizione tra le diverse classi che la reggono in piedi, disse. La contesa è ammutolita. Ma il modo di produzione è rimasto. Dunque la contraddizione ci deve essere ancora. Il popolo sembra molto unito, il governo fortissimo. Ma l’oppressione è diventata enorme. La forza del governo è la forza con cui opprime i lavoratori. Il sistema economico vigente, che costava molto ai lavoratori, non fa che ricevere una puntellatura che costa anch’essa molto ai lavoratori.

    dal "Me-ti - Libro delle svolte" di B.Brecht

    August 18

    Festa dei Comunisti Viggianello

    FESTA DEI COMUNISTI
    2-3 settembre 2007 VIGGIANELLO
    anfiteatro comunale
     
    2 settembre
    ore 18:30 assemblea: territorio e ambiente "Dalla resistenza locale alla lotta al Capitale"
    ore 20:30 proiezione film: "i Cento Passi" di M.Tullio Giordana
    dalle ore 22:00 musica e danza
     
    3 settembre
    ore 18:30 assemblea: lavoro, precarietà, pensioni "Contro i governi dei padroni, per i diritti dei lavoratori"
    ore 20:30 proiezione film: "Riff Raff" di Ken Loach
    dalle ore 22:00 musica e danza
     
    Durante la festa saranno in funzione cucina e bar
     
    Festa organizzata da: Ex "Volante Rossa" Viggianello - "Rossa Laino"
    Coordinamento per l'Unità dei Comunisti
    August 17

    A cottimo o a giornata, non cambia nulla

     

    Che cosa avviene ora, dopo che l'operaio ha venduto al capitalista la sua forza-lavoro, cioè dopo che l'ha posta a sua disposizione, per un salario convenuto, giornaliero o a cottimo? Il capitalista conduce l'operaio nella sua officina o fabbrica, dove già si trovano tutti gli oggetti necessari per il lavoro, le materie prime, le materie ausiliarie (carbone, coloranti, ecc.), gli utensili, le macchine. E qui l'operaio incomincia a sgobbare. Poniamo che il suo salario giornaliero sia, come prima, di tre marchi, poco importa se guadagnati a giornata o a cottimo. Supponiamo di nuovo, anche in questo caso, che con il suo lavoro di dodici ore l'operaio aggiunga alla materia prima impiegata un nuovo valore di sei marchi, un nuovo valore che il capitalista realizza con la vendita del pezzo finito. Di questo importo egli paga all'operaio tre marchi, e gli altri tre li tiene per sé. Se l'operaio produce in dodici ore un valore di sei marchi, in sei ore produce un valore di tre marchi. Quindi dopo aver lavorato sei ore egli ha già restituito al capitalista l'equivalente dei tre marchi ricevuti come salario. Dopo sei ore di lavoro, tutti e due sono pari; nessuno dei due deve più un soldo all'altro.

    <<Un momento! - esclama ora il capitalista. -

    Io ho noleggiato l'operaio per un giorno intero, per dodici ore. Sei ore non sono che una mezza giornata. Avanti dunque, al lavoro, fino a che anche le altre sei ore siano passate. Solo allora saremo pari!>> E in realtà l'operaio deve attenersi al suo contratto <<liberamente>> concluso, con il quale si impegna a lavorare dodici ore intere, per un prodotto di lavoro che costa sei ore di lavoro.

    Con il salario a cottimo è la stessa cosa

    . Supponiamo che il nostro operaio produca in dodici ore dodici pezzi di merce. Ognuno di essi costa in materie prime e deterioramento due marchi, ed è venduto a marchi 2,50. Per attenerci all'ipotesi di prima, il capitalista darà all'operaio 25 centesimi il pezzo, il che fa, per dodici pezzi, tre marchi, per guadagnare i quali l'operaio deve lavorare dodici ore. Per dodici pezzi il capitalista riceve trenta marchi; deducendo ventiquattro marchi per materie prime e deterioramento, restano sei marchi, tre dei quali egli li paga per il salario, e gli altri tre li intasca. Come l'esempio di prima. Anche in questo caso l'operaio lavora sei ore per sé, cioè per produrre l'equivalente del suo salario (mezz'ora per ognuna delle dodici ore), e sei ore per il capitalista.

    Estratto dalla prefazione di Engels al testo di Marx "Lavoro salariato e capitale"

     
    August 13

    Le Brigate del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina non consegnano le armi all'Anp e non accettano la tregua con Israele


    16-07-2007 Ramallah

    Le Brigate del martire Abu Ali Mustafa, ala militare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno smentito la notizia trasmessa dalla televisione "Filastin", secondo cui alcuni suoi combattenti avrebbero consegnato le armi all'Anp nell’ambito dell'"amnistia" israeliana dei "ricercati".
    In un comunicato stampa, le Brigate hanno confermato "il rifiuto categorico a consegnare le armi finché esisterà l’occupazione sulla nostra terra. Ci meraviglia molto la notizia falsa trasmessa dalla tv oggi".
    Le Brigate hanno condannato la notizia "avvelenata" , falsa, confermando che nessuno dei loro resistenti "ha consegnato una pallottola".
    Il comunicato ha sottolineato il rifiuto delle Brigate Abu Ali Mustafa dell'"amnistia" israeliana, considerandola un tentativo disperato per dividere la resistenza e il popolo palestinese: "Chi ha resistito e lottato per la libertà non aspetta l’amnistia dell’occupante" .
    Le Brigate hanno ammonito a non toccare le armi della resistenza perché "sono sacre e non devono essere mai mescolate con quelle dell’illegalità ".
    E hanno aggiunto: "La resistenza palestinese è stata sottoposta a una serie di cospirazioni volte a frustrare e a indebolire la volontà dei combattenti. Ma nonostante ciò, la resistenza è andata avanti con ancora più forza perché il popolo palestinese la ritiene l'unico mezzo per porre fine all'occupazione" .

    La repugnante compra-vendita di atleti

     
    Oggi Fidel Castro compie 81 anni. Buon Compleanno Comandante en Jefe!
    In questa occasione ho deciso di pubblicare una riflessione recente di Fidel.

    QUARTA RIFLESSIONE SUI GIOCHI PANAMERICANI

    LA REPUGNANTE COMPRA-VENDITA DI ATLETI

    Qual è stato il peggior problema dei Paesi poveri dal punto di vista tecnologico ed economico? Il furto di cervelli. Qual dal punto di vista patriottico ed educativo? Il furto di tallenti. Organi locali di stampa dei Paesi poveri e persone sane interessate allo sporto cominciano a chiedersi perché rubano i loro tallenti sportivi, dopo i sacrifici e le spese che investiscono nella loro formazione. Cuba, i cui risultati e sforzi nello sport amateur non possono essere negati da nessuno, soffre più di qualsiasi altro Paese i morsi dei piranha. E’ questo il comportamento di chi fissa le tariffe, davanti alla denuncia cubana. Quando ho parlato della mafia tedesca e dei milioni di dollari di cui disponeva per corrompere atleti cubani, immediatamente si sono sentiti chiamati in causa e hanno dichiarato: "non, non, noi non siamo nessuna mafia." Loro hanno raccontato dettagliatamente come funziona il deplorabile affare della compra-vendita di pugili. Le loro parole, tra virgolette, sono state queste, secondo l’ordine in cui sono arrivate alle mie mani. "Amburgo, 24 luglio (DPA) – I responsabili di Arena Box Promotions, una delle aziende tedesche che si procurano pugili amateur all’estero per fare di loro dei professionisti, si sono difesi oggi davanti alle critiche del presidente Fidel Castro." "Müller-Michaelis a conosciuto dalla DPA delle accuse di Castro, chi ha confermato in un articolo che diffonde oggi la stampa cubana le diserzioni di Guillermo Rigondeaux, due volte campione olimpionico, e di Erislandy Lara, campione mondiale, che facevano parte della delegazione del loro Paese ai giochi Panamericani di Rio di Janeiro." "In Germania esiste una mafia che si dedica a selezionare, acquistare e promuovere pugili cubani nelle gare sportive internazionali,’ ha affermato il leader cubano.’ Si serve di metodi psicologici raffinati e di molti milioni di dollari,’ ha aggiunto." "Amburgo, 25 luglio (DPA) – I due pugili cubani che hanno disertato durante gli attuali Giochi Panamericani di Rio di Janeiro, Guillermo Rigondeaux ed Erislandy Lara, si sono serviti di mediatori per entrare in contatto con la promotrice tedesca Arena Box Promotions, secondo quanto dichiarato ad un giornale di Berlino il turco-tedesco Ahmet Öner, capo della promotrice. "Nelle sue brevi dichiarazioni al giornale, Öner dice che sono stati i pugili a separarsi dalla delegazione del loro Paese chi hanno avviato la ricerca di contatti con la sua azienda e non al contrario, come è stato insinuato in alcune media cubane. "Per tale motivo, Öner, chi non si trova in Germania, ma è in vacanza al sud dell’Europa, ha detto che ha deciso d’inviare emissari nell’America del Sud per cercare di entrare in contatto con Rigondeaux e Lara, senza dare altri dettagli. "Le dichiarazioni di Öner sono state confermate oggi a Amburgo dal portavoce di Arena, Malthe Müller-Michaelis, chi ha reiterato che l’iniziativa è venuta dai ‘disertori’ cubani, secondo ha detto l’agenzia DPA." "Si tratta in questo caso di Odlanier Solis, Yuriokis Gamboa e Yan Barthelemy, i quali, in questi momenti non si trovano in Germania, ma in vacanze all’estero." D’altra parte, Peter Danckert, presidente della Commissione di Sport del Bundestag ( Camera Bassa) del Parlamento tedesco, ha declinato di fare dichiarazioni sui pugili cubani. "Sono gli esperti nella materia che devono fare questo, ’ ha detto davanti ad una richiesta dell’agenzia DPA a Berlino." "Amburgo, 26 luglio (DPA) – I due pugili cubani che ‘disertarono ’ dei Giochi Panamericani 2007 a Rio, Guillermo Rigondeaux ed Erislandy Lara, si trovano in Turchia, dove aspettano la concessione di permesso di soggiorno in Germania, secondo afferma oggi il giornale ‘Morgenpost ‘. "Abbiamo assunto Rigondeaux e Lara, ‘ ha confermato al giornale il capo della promotrice di amburghese ARENA, il turco Ahmet Öner. "Fidel, ovviamente, è arrabbiato, ma non ha motivi per meravigliarsi. I suoi pugili non vogliono continuare ad esseri amateur per tutta la loro vita, ma guadagnar denaro, ‘ cita il giornale a Öner. "Fidel vuole nascondere al mondo i suoi formidabili lottatori. Io mostro loro al mondo,’ ha sottolineato il giovane promotore di 34 anni. "Rigondeaux, di 26 anni, ha una classe straordinaria. Lui, due volte campione olimpionico del peso gallo, ha vinto tra 1999 e 2003 142 combattimenti consecutivi." "Nonostante la rabbia di Castro contro la ‘mafia tedesca,’ Öner ha detto al ‘Morgenpost’ che vuole fare affari con il presidente cubano. Proporrei a lui di organizzare in breve una serata di pugilato all’Avana." "Amburgo, 26 luglio (DPA) – I pugili cubani Guillermo Rigondeaux, due volte campione olimpionico di peso gallo, ed Erislandy Lara, campione del mondo in peso welter, hanno firmato contratti con la promotrice tedesca Arena Box Promotions, dopo aver ‘disertato’ durante i Giochi Panamericani di Rio di Janeiro. "Le speculazioni sono arrivate alla fine. Rigondeaux e Lara hanno firmato contratti per cinque anni con Arena,’ dice oggi un comunicato diffuso dal gruppo amburghese dell’imprenditore turco-tedesco, Ahmet Önert. "I due pugili viaggeranno prossimamente in Germania. Öner ha declinato di rivelare il posto dove si trovavano in questi momenti Rigondeaux e Lara, ‘per motivi comprensibili ‘, secondo quanto dice il comunicato di Arena, ma ha anticipato che si stavano sbrigando le relative pratiche per avere il visto e la residenza in Germania." "AMBURGO 26 luglio (AP) – I due pugili cubani che hanno disertato durante i Giochi Panamericani di Rio di Janeiro hanno firmato il giovedì contratti per cinque anni con la catena di televisione per cavo. "Il gallo Guillermo Rigondeaux, due volte campione olimpionico e mondiale di pugilato amateur, ed il welter Erislandy Lara, campione mondiale amateur, hanno firmato con l’impresa Arena TV. "Arena TV è la compagnia con la quale hanno firmato altri tre pugili cubani di prima linea che hanno disertato nel dicembre. "Adesso le migliori promesse del pugilato professionista mondiale combattono per Arena.’ Ha dichiarato il direttore dell’azienda, Ahmet Öner." "Rigondeaux e Lara non si sono presentati ai loro combattimenti della domenica a Rio e da allora, non si sono avute notizie di loro. "Dai Giochi Olimpionici del 2004, il pugilato cubano ha perso diverse delle sue principali figure, che adesso combattono come professionisti negli Stati Uniti e in Europa." Arena vuole guadagnare presenza nel mondo delle trasmissioni sportive ed è dell’opinione che i cubani rappresentano un grande investimento." "Rio di Janeiro, 26 luglio (EFE) – L’imprenditore tedesco Ahmet Öner, promotore di quattro pugili cubani ormai rifugiati in Germania, ha ammesso in dichiarazioni ad un giornale brasiliano che aveva organizzato la fuga dei due pugili di Cuba che avevano disertato durante i Giochi Panamericani di Rio di Janeiro. "Sono stato io ad organizzare tutto,’ ha assicurato il proprietario dell’azienda Arena Box Promotions in dichiarazioni pubblicate oggi dal giornale Folha di Sao Paolo dove ha ammesso di avere pagato circa mezzo milione di dollari per l’operazione." "Rigondeaux, di 26 anni e due volte campione olimpionico e mondiale di peso gallo, era una delle principali figure di Cuba nei giochi Panamericani di Rio di Janeiro e considerato come medaglia sicura per il suo Paese. "La fuga dei due pugili è stata scoperta per la loro assenza alla pesatura alla quale si dovevano sottoporre per disputarsi le lite nelle loro categorie rispettivamente, dove erano i favoriti per la medaglia d’oro. "Un gruppo qui in Germania, con contatti in America del Sud, mi ha portato nel dicembre Barthelemy, Gamboa e Solis. Ho pagato buon denaro. Loro sono finiti per portarmi Rigondeaux e Lara’, ha assicurato il rappresentante dei pugili. "Ho preso buona cura di Solis, Gamboa e Barthelemy, che sono amici di Rigondeaux e di Lara. Credo che questo abbia aiutato,’ ha aggiunto l’imprenditore nel riferirsi al fatto che l’amicizia tra i pugili ha avuto un’influenza perché gli altri due campioni olimpionici decidessero anche loro di disertare per avviare carriere come professionisti in Germania. "Il promotore tedesco ha detto che l’operazione di dicembre scorso per organizzare la diserzione dei tre pugili ed il loro spostamento verso la Germania gli ha costato circa 1,5 milioni di dollari." "I cinque saranno campioni mondiali (del pugilato professionistico). Oggi sono il promotore europeo più giovane del pugilato. Con loro sarò il maggior, ha assicurato. "AMBURGO, 26 luglio (DPA) – (…) La fuga era già prevista per alcuni mesi fa, in occasione di un torneo in Ankara. Ma in quella occasione i cubani hanno partecipato con una squadra B, senza Rigondeaux, che era quello che interessava di più a Öner. "Successivamente, quando i cubani hanno deciso di partecipare al torneo di Halle in Germania, dove si disputa la tradizionale ‘Chemie Pokal’, Öner ha cominciato a sospettare che i cubani avevano ricevuto una soffiata sul fatto che alcun pugili pensava di disertare, La città di Halle e la ‘Chemie Pokal’ sono state lo scenario, più di un decennio fa, della diserzione del peso massimo cubano Juan Carlos Gómez." ( Un quarto pugile comprato in passato). "Per questo motivo ci siamo concentrati a Rio ed ai giochi Panamericani, dove abbiamo raggiunto, finalmente, il nostro obiettivo,’ ha detto." "Adesso ci troviamo a fare le pratiche burocratiche con i ragazzi, e una volta ottenuti tutti i documenti ci sposteremo in Germania, dove daremo a loro il benvenuto adeguato,’ ha detto. I due cubani firmeranno un contratto per cinque anni. "Per gli altri cubani tutto questo si è fatto in tre mesi. Credo che con questi due ragazzi ci sarà necessario metà del tempo, cioè un mese e mezzo." Ecco come loro si vantano della malefatta commessa contro il Paese. Si sapeva perfettamente che nel pugilato Cuba avrebbe ottenuto quasi tutte le medaglie d’oro. Era necessario colpirla, e non soltanto hanno acquistato due degli atleti che avevano l’oro assicurato, ma che hanno colpito l’eccellente morale degli altri atleti che hanno continuato a difendere con coraggio le loro medaglie d’oro. Perfino sulla giuria si è fatta sentire l’influenza di questo colpo basso. Con tutto il denaro del mondo non avrebbero mai potuto comprare uomini come Stevenson, Savón o il defunto Roberto Balado, che hanno lasciato una bella tradizione alla gloria del pugilato cubano. Nonostante tutto, abbiamo già 44 medaglie d’oro.

    Fidel Castro Ruz

    Luglio 27 2007

    18:35

     

    Appello per convocazione Sciopero Generale Unitario contro Protocollo Luglio su Welfare e Pensioni

     

    Lo scorso 23 luglio Governo Prodi, Confindustria e CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto il protocollo d’intesa su welfare, lavoro e pensioni. Un’accordo che sulle pensioni è addirittura peggiorativo rispetto allo scalone di Maroni: attraverso il varo di 4 "scalini" si innalza l’età pensionabile fino a 61 anni a partire dal 2013. Non solo: al danno si aggiunge la beffa del taglio delle pensioni attraverso un’riduzione dei coefficienti a partire dal 2010!

    Il protocollo inoltre riconferma in toto le politiche di precarizzazione sancite prima col Pacchetto Treu, poi con la Legge 30, prevedendo addirittura la possibilità per il padrone di reiterare i contratti a termine oltre i 3 anni.

    Nel frattempo, ancora una volta si regalano i soldi dei lavoratori ai padroni utilizzando la cassa dell’INPS per "gli sgravi al costo del lavoro", si regala a Confindustria la detassazione dei premi e si incentiva il padrone ad un uso ancor più massiccio ed indiscriminato dello straordinario attraverso la riduzione dei contributi che il datore di lavoro è tenuto a versare per assicurarsi le prestazioni lavorative extra!

    Dulcis in fundo, l’accorpamento degli enti previdenziali (INPS-INAIL), che produrrà tagli di posti di lavoro e un probabile aumento dei contributi in busta paga.

    In parole povere, quest’accordo scandaloso è una vera e propria provocazione da parte di Governo e Confindustria nei confronti di tutti i lavoratori.

    La resa senza condizioni dei vertici CGIL-CISL-UIL di fronte ai diktat di Prodi e Montezemolo rappresenta l’ennesima riprova di come le burocrazie confederali siano diventate nient’altro che apparati di controllo del movimento dei lavoratori, il cui unico fine è quello di co-gestire le politiche di macelleria sociale portate avanti dal "governo amico" di centro-"sinistra", servile agli interessi del grande capitalismo italiano ed europeo!

    Come attivisti sindacali, riteniamo sia giunta l’ora di rispondere in maniera unita e organizzata contro quest’attacco concentrico alle condizioni di vita e di lavoro, che vede uniti centro-destra e centro-sinistra, padroni e vertici sindacali.

    Non possiamo stare a guardare: la lotta è qui ed ora!

    Per queste ragioni, ci rivolgiamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dalla sigla sindacale di appartenenza, per costruire dal basso, in ogni luogo di lavoro e su ogni territorio, comitati di lotta unitari contro lo scippo delle pensioni, al fine di sviluppare iniziative e mobilitazioni congiunte.

    Ci rivolgiamo inoltre a tutte le organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale, e agli stessi settori genuinamente anticoncertativi del sindacalismo confederale, affinché costruiscano uno sciopero generale unitario di tutte le categorie e di tutte le sigle sindacali anticoncertative contro quest’ignobile accordo: un’unica, grande scadenza di lotta, che veda l’intero movimento dei lavoratori unito contro i comuni avversari: governo e padronato.

    Solo la lotta paga
    Uniti si vince

    Per adesioni:

    sciopero.generale@yahoo.it 
    Adesioni:
    Luigi Izzo, Cantieri Navali Megaride – Napoli
    Dario Calzavara, FIOM-CGIL AleniaBreda – Napoli
    Peppe Iannaccone, FIOM-CGIL Alfa Romeo Avio – Pomigliano (NA)
    Antonio Pelilli, RSU CGIL-FP Comune di Pozzuoli (NA)
    Riccardo De Angelis, RSU FLMU-CUB Telecom Italia – Roma
    Andrea Fioretti, FLMU-CUB Gruppo Sirti – Roma
    Francesco Fumarola, FLMU-CUB Atesia – Roma
    Giuliano Micheli, CUB Trasporti Alitalia – Roma
    Luigi Giacinti, FLMU-CUB MVS – Roma
    Giovanni Ciccone, RSA FLAICA-CUB Gruppo Cremonini – Roma
    Claudio Lorenzoni, RdB-CUB INPS – Roma
    Katia Lauria, FLMU-CUB Atesia – Roma
    Federico Giusti, RSU Cobas del Comune di Pisa
    Giovanni Bruno, RSU Cobas Scuola – Firenze
    Giulio Pasquali, Coordinamento Esternalizzati – Pisa
    Massimiliano Murgo, RSU Alternativa Operaia Marcegaglia Building – Sesto S. Giovanni (MI)
    Elena Cinzia Bega, RSU Siemens – Milano
    Ettore Magrini, RSU RdB-CUB SMMT Baiano – Spoleto (PG)
    Enzo Carlini, RSU CGIL Cementir – Spoleto (PG)
    Aurelio Fabiani, RSU CUB IISS - Spoleto (PG)
    Paolo Bernardini, RSU CGIL Manini – Perugia
    Gigi Fucchi RSU, RdB-CUB ASL n° 2 – Assisi (PG)
    Enrico Campofreda, delegato CGIL Comitato Olimpico – Roma
    Gabriele Attilio Turci, RSU Cobas Scuola – Forlì (FC)
    Mimmo Dallago, RSA CARIFAC Spa FISAC-CGIL – Fabriano (AN)
    Aride Mosca, RSU FILTEA-CGIL Miti Zogno – Bergamo
    Riccardo Filesi, SdL Alitalia – Roma
    Barbara Ricci, SdL Alitalia – Roma; SLL – Napoli
    Carlo Corbellari, RdB-CUB Comune di Verona
    Silvestro Schena, RSU FIOM-CGIL OM-C.E. – Lainate (MI)
    Andrea Tosa, RSU Cobas del Comune di Genova
    Nicoletta Dosio, Cobas Scuola - Valle di Susa (TO)
    Stefano Menozzi, Cobas Pubblico Impiego – Parma
    Donato Romito, RSU Unicobas-Scuola – Pesaro
    Gianfranco Zuccari, operaio Thyssen Krupp – Terni
    RSU FLAICA-CUB Auchan di Casalbertone – Roma
    Dante Bedini, insegnante Direttivo Provinciale CGIL Scuola – Treviso
    Catia Galassi, RdB-CUB Comune di Novara
    Antonio Gabriele – RSU Cobas Scuola – Cosenza
    Riccardo Arena, RSU FLMU-CUB Engineering – Roma
    Piero Ravizza, RSU CGIL-FP Regione Liguria – Genova
    Antonio Notarangelo, precario della Procura della Repubblica – Rimini
    Lutz Kühn, FIOM-CGIL Nokia Siemens Networks – Cinisello Balsamo (MI)
    Marina Rossi, RdB-CUB Inail – Forlì (FC)
    Michele Rubino, CGIL-SPI – Forlì (FC)
    Bruno Dal Pane, RSU Cobas Scuola – Ravenna
    Alessandro Costelli, Agritech – Ravenna
    Giancarlo Luciani, RSU FLMU-CUB Selex Communications - Cisterna di Latina (LT)
    Tonino Innocenti, FLMU-CUB FIAT SATA – Melfi (PZ)
    Angelo Varchetta, RSU CGIL-FP Comune di Pozzuoli (NA)
    Fernando Gennaro, Agris – Sassari
    Massimiliano Valentini, Telecom Italia – Roma
    Mikaela Petrocchi, CUB Trasporti Alitalia – Roma
    Giuseppina Alì, dipendente Provincia di Torino
    Claudia Benedetti, RSU Cobas Scuola – Cervia (RA)
    Marco Da Ros, educatore – Torino
    Raffaele Manzo, RSU Magneti Marelli – Pomigliano (NA)
    Giorgio Riboldi, Coordinatore AL-Cobas Regione Lombardia – Milano
    Mariella Megna, AL-Cobas Regione Lombardia – Milano
    Fabio Zerbini, RSA CUB Genia Ambiente – Milano
    Claudio Ortale, CUB Scuola Federazione di Roma
    Dionigi Tafuto, Direttivo regionale FILLEA-CGIL Campania – Napoli
    Dennis Fortino, FILT-CGIL Airone STA – Fiumicino (RM)
    Guglielmo Garofano, RSU FILT-CGIL Sepsa manutenzione – Napoli
    Enrico Pellegrini, Direttivo FILCAMS-CGIL RSA Musei Civici Veneziani – Venezia
    Mario Raia, RSA UIL Scuola – Reggio Emilia
    Daniele Ferodi, operaio – Cremona
    Enzo Bertuccelli, FLAICA-CUB – Messina
    Coordinamento Nazionale delle RdB-CUB Ministero dell’Economia e delle Finanze – Roma
    Egisto Guidi, RSU RdB-CUB Ministero dell’Economia e delle Finanze Roma
    Crescenzo Invigorito, FIOM-CGIL Ansaldobreda – Napoli
    Cobas Sanità ospedale Cardarelli – Napoli
    Alfredo Giovanni Visconti, Nidil CGIL Ipr Marketing – Pozzuoli (NA)
    Roberto Vallepiano, Precario FFSS – Imperia
    Antonio Leone, infermiere ASL n° 1 – Napoli
    Mario Pescatore, Segretario regionale SUL comparto trasporti Calabria – Cosenza
    Antonio Bufalino, RdB-CUB Ministero Economia e Finanze – Roma
     
    Altre adesioni:
    Fulvio Grimaldi, giornalista
    Sandra Paganini, presidentessa Circolo Itali-Cuba della Tuscia
    Edoardo Magnone, Chimico Università di Genova
    Centro Sociale ASK191 di Palermo
    Pietro Ancona, ex-Segretario Generale CGIL Sicilia
    Circolo Riccardo Lombardi di Palermo
    Marco Barone, Coordinamento nazionale Movimento Costitutivo Partito Comunista dei Lavoratori
    August 12

    Il valore del lavoro

     

    Supponiamo che il nostro operaio – un meccanico – debba fare un pezzo di una macchina, e che lo finisca in un giorno. La materia – ferro e ottone, nella forma necessaria precedentemente elaborata – costa venti marchi. Il consumo di carbone della macchina a vapore e il deterioramento di questa stessa macchina a vapore, del tornio e degli altri strumenti con cui l’operaio lavora, rappresentano, per un giorno e per un operaio, il valore di un marco. Il salario giornaliero è, secondo la nostra supposizione, di tre marchi. Il totale è, per il nostro pezzo di macchina, di ventiquattro marchi. Il capitalista calcola però che in media riceverà dai suoi clienti un prezzo di ventisette marchi, cioè tre in più delle spese che egli ha anticipato.

    Donde vengono questi tre marchi che il capitalista intasca?

    Secondo quanto afferma l’economia classica, le merci in media sono vendute secondo il loro valore, cioè a prezzi corrispondenti alle necessarie quantità di lavoro contenute in esse. Il prezzo medio del nostro pezzo di macchina – ventisette marchi – sarebbe dunque uguale al suo valore, uguale cioè al lavoro che è contenuto in esso. Ma, di questi ventisette marchi, ventuno erano valori che esistevano già prima che il nostro meccanico incominciasse a lavorare. Venti marchi erano contenuti nelle materie prime, un marco nel carbone bruciato durante il lavoro, o in macchine e strumenti che sono stati utilizzati e la cui capacità di produzione è stata diminuita per un valore uguale a questo importo. Restano sei marchi che sono stati aggiunti al valore della materia prima. Ma questi sei marchi, come ammettono anche i nostri economisti, possono derivare soltanto dal lavoro che il nostro operaio ha aggiunto alla materia prima. Il suo lavoro di dodici ore ha dunque creato un nuovo valore di sei marchi. Il valore della sua giornata di lavoro di dodici ore, sarebbe dunque uguale a sei marchi. E così avremmo dunque finalmente scoperto che cosa è il <<valore del lavoro>>.

    <<Un momento! – esclama il nostro meccanico – Sei marchi? Io non ne ho ricevuti che tre! Il mio capitalista giura su tutti i santi che il valore del mio lavoro di dodici ore è soltanto di tre marchi, e se io ne chiedo sei, si fa beffe di me. Come si spiega tutto questo?>>

    Estratto dalla prefazione di Engels al testo di Marx "Lavoro salariato e capitale"

    August 08

    Il comitato dei cittadini e lavaratori di Vicenza est si rivolge al movimento per la pace: per un presente senza basi di guerra

     

    Una serie di proposte sociali di immediata attuazione rivolte a chi lotta contro la guerra e la militarizzazione: subito una nuova grande manifestazione dopo l’estate. Blocchiamo il Dal Molin e poi chiudiamo la Caserma Ederle. Assemblee e scioperi dei lavoratori. Rilanciamo la lotta ed esigiamo la fine delle guerre in corso. Creiamo l’inospitalità ai progetti di guerra. Manteniamo alto il profilo politico. Il governo sia inequivocabilmente la nostra controparte.

    Manteniamoci coerentemente sempre dalla parte dei deboli.

    "Un quartiere di Vicenza non può mettere in discussione il Patto Atlantico", Un politico della Destra ad una Tv locale il 17 febbraio 2007

    Il Comitato Vicenza Est da mesi è molto impegnato nella lotta contro la costruzione di una nuova grande base di guerra e della definitiva trasformazione di Vicenza in città militare. Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci. Anzi, siamo molti interessati a rilanciare la mobilitazione come a febbraio 2007.

    Il disegno e i promotori della militarizzazione sono a noi noti: il progetto di Vicenza come città militare è un progetto di guerra del Pentagono, che sta avvenendo con il pieno consenso delle massime istituzioni in Italia, a cominciare dal Governo.

    Comitato Vicenza Est: una breve presentazione

    Abbiamo organizzato per molte settimane le proteste rumorose con le pentole davanti alla Caserma Ederle, i picchetti al mattino, per quindici giorni di seguito, con messaggi in inglese contro la guerra rivolti ai soldati, conferenze informative molto partecipate contro il progetto Dal Molin e a favore della conversione ad usi civili della Caserma Ederle nel quartiere. Abbiamo dato la parola ai disertori americani reduci dall’Iraq e al gruppo Emergency alle nostre iniziative, e invitato a collaborare tutti i gruppi e comitati contro la guerra e per la conversione dei siti militari. Abbiamo partecipato al contro G8 di Rostock 2007 e stretto rapporti internazionali con il movimento contro la guerra (Germania, Slovenia, Stati Uniti, Giappone ...). Abbiamo stretto gemellaggi con analoghi comitati in Italia che lottano contro la guerra e propongono la conversione ad usi civili delle basi militari. A nostro avviso bisogna mobilitarsi affinché le basi militari siano chiuse oggi, non in futuro: sulla Caserma Ederle abbiamo diffuso un questionario nel quartiere. Siamo in contatto con studiosi di fama internazionale (Noam Chomsky, Chalmers Johnson, Luca Mercalli, Philip Rushton e molti altri).

    Abbiamo girato l’Italia con i nostri relatori, diffuso articoli, partecipato a trasmissioni radiofoniche e televisive, collaborato e favorito la nascita di comitati affini al nostro, portato la nostra posizione al presidio.

    Abbiamo partecipato come Comitato a tutte le manifestazioni contro la nuova base e siamo favorevoli al blocco popolare dei lavori allargato al massimo e ad un fronte unico che si organizzi contro la guerra e contro la nuova base.

    Abbiamo appoggiato scioperi e proposto iniziative sul tema dell’economia civile e del lavoro.

    Per noi è evidente: il raddoppio della base militare avviene a causa della presenza della Caserma Ederle e della scarsa protesta degli anni passati e vogliamo invertire questa situazione.

    Abbiamo sempre lottato per mantenere alto il livello della protesta e non ridurre la questione a un problema tecnico/urbanistico . Siamo consapevoli dell’impatto devastante delle basi militari, ma vi abbiamo sempre collegato la loro finalità, la guerra contro il Sud povero.

    Sin dall’inizio abbiamo lavorato non solo contro la base al Dal Molin, ma anche contro tutte le strutture collegate (lavori alla Caserma Ederle, nuovi villaggi militari…)

    Trasparenza e democrazia interna hanno sempre regolato i nostri rapporti con tutte le realtà del movimento, abbiamo posto le questioni con forza ma con chiarezza, nella convinzione che paura e ipocrisia rappresentino un grave pericolo per il movimento e la sua unità. Il quartiere è il luogo in cui si svolge la nostra attività a favore della pace, dell’ecologia e della solidarietà internazionale.

    Siamo consapevoli che non è abbastanza e che siamo solo all’inizio: dobbiamo intensificare la protesta e potenziare l’attività di studio e ricerca.

    Ritenendo urgente entrare nella logica di un movimento popolare che coinvolga ancora grandi numeri e porti avanti proposte avanzate, a pieno titolo nel movimento contro la guerra e nel movimento No Dal Molin proponiamo da oggi che:

    1) Si diffonda urgentemente ed ampiamente un appello per una nuova manifestazione nazionale (che abbia più partenze, dalla Caserma Ederle e dagli altri siti ad essa collegati, e finisca al Dal Molin) contro la scelta del governo di militarizzare la politica, l’economia e il territorio per i prossimi decenni.

    Riteniamo infatti che la scarsa pressione sul governo e le illusioni sui suoi rappresentanti, locali e nazionali, abbia reso facile la sua firma a maggio.

    2) Ci rivolgiamo a tutto il movimento contro la guerra affinché la questione della conversione della Caserma Ederle (caserma delle guerre in Iraq e Afghanistan) sia posta in termini concreti: corsi per i lavoratori, progetti, raccolta fondi, assemblee sul tema …

    Tutto il movimento "No Dal Molin" si unisca con noi per chiedere la chiusura della Ederle.

    3) Invitiamo tutti a unirsi nelle iniziative a favore della diserzione dalla guerra.

    Aiutiamo i soldati che si rifiutano di partire in guerra e coraggiosamente decidono di disertare per non commettere altri crimini contro i civili.

    Per tutte queste iniziative il Comitato richiede il vostro appoggio, anche economico, e vi invita a visitare il nostro sito.

    Diverse iniziative organizzate ultimamente non ci sono apparse sempre chiare, a volte ci sono sembrate troppo deboli e, nei fatti, schiacciate sulla critica al solo Comune, evitando di porre in agenda in modo forte e coerente le gravi responsabilità del governo, che non è rappresentato solo da Prodi, ma anche da ministri e parlamentari che lo sostengono.

    Per questo vogliamo porre al tutto il movimento (presidio, comitati, associazioni, sindacati,singoli… ) alcune questioni politiche.

    1) Siete con noi nell’organizzare una nuova manifestazione internazionale come a febbraio puntando alla massima partecipazione ?

    2) Siete disponibili ad impegnarvi con noi, anche nel lungo periodo, nella questione della diserzione creando inospitalità al progetto militare a Vicenza?

    3) Qual è la vostra posizione sulle altre basi militari già in guerra, dannose per l’ambiente, e sulla conversione ad usi civili delle stesse? Siete a favore della conversione dei siti militari in città?

    4) Qual è la vostra posizione sulla Caserma Ederle, base di guerra? Bloccato il Dal Molin esigerete con noi l’immediata chiusura della base Ederle e la fine della guerra?

    5) Verrete a protestare davanti alla Gendarmeria Europea contro la presenza di truppe italiane in Iraq e Afghanistan decisa dal governo?

    6) Lavoreremo in autunno alla costruzione di assemblee e scioperi nei luoghi di lavoro facendo pressione sui sindacati che si sono dichiarati contrari alla nuova base?

    7) Ricondurremo insieme la questione Dal Molin al progetto di militarizzare politica ed economia in Italia (aumento spese militari, truppe all’estero, nuove basi)?

    8) Diffonderete insieme a noi in città e provincia manifesti e volantini,in italiano ed inglese, contro la guerra in corso e ai soldati le informazioni utili a uscire dall’esercito?

    Abbiamo già deciso di invitare nuovamente molto presto i reduci contro la guerra in Iraq e di promuovere nel quartiere assemblee informative contro il progetto di Vicenza città militare, diffondendo nuove informazioni.

    Vicenza su la testa ! Né qui né altrove!

    Tutto il movimento contro la guerra ci aiuti a vincere questa lotta come punto di partenza, non di arrivo.

    Comitato degli abitanti e dei lavoratori di Vicenza est – Contro la costruzione di una nuova base a Vicenza – Per la conversione della caserma Ederle ad usi civili

    comitato.viest@ libero.it

    20 Ottobre: Noi non ci saremo

     

    Sull'appello per la Manifestazione del 20 Ottobre promosso da" Il Manifesto" e "Liberazione"

    Da poche settimane è nato il "Coordinamento per l'Unità dei Comunisti", formato da delegati sindacali, giovani, associazioni, compagne e compagni provenienti da molte esperienze (PRC, PdCI, McPCL, associazioni e collettivi della sinistra "extra-parlamentare") che avvertono il bisogno di una nuova soggettività politica organizzata, fuori e contro le gabbie del centrosinistra e del bipolarismo.

    Non pensiamo sia vera la tesi secondo cui la caduta di consensi del Governo Prodi sia dovuta alla mancanza di risposte ai problemi fondamentali per i quali molti lavoratori e lavoratrici, e gran parte dei precari, lo avevano votato (anche se solo in funzione anti-Berlusconi). Queste risposte ci sono state ma, come purtroppo era ampiamente prevedibile, si sono rivelate assolutamente inaccettabili!

    Il centrosinistra aveva creato l'aspettativa della rottura con le "politiche di guerra" ed ha, invece, avallato la costruzione di una nuova e più grande base militare USA a Vicenza, confermato la missione NATO in Afghanistan, spostato parte delle proprie truppe d'occupazione dall'Iraq al Libano e, senza nemmeno un dibattito parlamentare, ha dato l'assenso allo scudo stellare voluto da George W. Bush.

    Infine, ha ribadito la volontà di costruire lo scempio economico-ambientale del TAV in Val di Susa ed in Val Sangone, infischiandosene dell'opposizione popolare largamente maggioritaria nella zona.

    Si era presentato ai propri elettori promettendo la cancellazione della Legge 30 (ancora viva e vegeta insieme al Pacchetto Treu) e l'abbattimento della precarietà, che invece viene blindata dall'ultimo Protocollo sul Welfare sottoscritto, chissà perché, a luglio inoltrato!
    Si parlava esplicitamente di cancellare gli scaloni pensionistici introdotti da Maroni e invece arrivano gli scalini con, addirittura, un ulteriore innalzamento dell'età pensionabile...

    Le risposte ci sono state, dunque, ma sono state positive per Confindustria ed assolutamente negative per milioni di lavoratrici e lavoratori!

    Il solco tra Governo e sinistra di governo, da un lato, e movimenti e paese reale, dall'altro, si è ulteriormente allargato lo scorso 9 Giugno quando quasi 100 mila persone hanno manifestato contro le politiche di guerra di Bush e Prodi... mentre PdCI, Verdi, PRC, Arci e la sinistra-stampella, venuti tutt'insieme a soccorso di un governo di banchieri e faccendieri, radunavano solo qualche centinaio di funzionari a Piazza del Popolo.

    Proprio perché abbiamo a cuore la nostra sorte di lavoratori e lavoratrici, questo autunno non scenderemo in piazza a manifestare senza gridare a voce alta il nostro NO! al Protocollo di Luglio ed alla nuova controriforma delle pensioni, senza opporci alla politica estera di questo sciagurato Governo, senza tacere sulla necessità di uno sciopero generale contro precarietà, contratti da fame e carovita.

    Scendere in piazza per difendere i nostri interessi significa, oggi, manifestare contro il Governo Prodi. Ed ogni eventuale conseguenza sulla stabilità di questo vergognoso esecutivo saranno da attribuire esclusivamente alle sue scelte antipopolari.

    La nostra urgenza di partecipare alle scelte che contano non significa affatto firmare assegni in bianco al Governo Prodi, ma riconoscere una diffusa conflittualità di classe ed adoperarsi per far crescere il potere di contrattazione del popolo contro la guerra, dei movimenti contro gli ecoscempi e, soprattutto, dei milioni di lavoratori italiani che, anche con Prodi e Padoa Schioppa, hanno perso ulteriormente diritti, potere di acquisto e di contrattazione.

    Per gli stessi motivi, invece, saremo all'assemblea di Roma del 12 settembre, dove si prefigura un percorso di resistenza a tutte queste politiche guerrafondaie e antisociali. Crediamo nella piena autonomia dei movimenti di lotta. E' finito il tempo del loro legame (più o meno "invisibile") con le compatibilità di sistema, a fianco o in sostegno di un Governo ormai servo dei patti di stabilità e delle compatibilità decise da Confindustria, BCE e FMI.

    I compagni e le compagne del "coordinamento per l'unità dei comunisti"

    cucnazionale@yahoo. it
    August 05

    No alla scippo delle pensioni

     

    NO ALLO SCIPPO DELLE PENSIONI!

    PER UNA MOBILITAZIONE UNITARIA DEL MOVIMENTO

    DEI LAVORATORI CONTRO IL PROTOCOLLO DI LUGLIO!

    Dopo aver tentato di scippare il TFR ma la risposta delle lavoratrici e dei lavoratori ha bocciato i fondi pensioni come dimostra la bassa adesione, ora il governo Prodi – con l’accordo dei vertici sindacali di CGIL, CISL e UIL – prova a toglierci definitivamente anche le pensioni.

    Questo è il significato del "Protocollo su previdenza, lavoro, competitività" siglato da Governo e sindacati confederali il 23 luglio 2007, oltretutto, senza nessun mandato e senza nemmeno avere consultato i lavoratori.

    L’obiettivo del padronato (Confindustria, FMI, Banca Centrale Europea…) era quello di alzare l’età pensionabile. Detto…fatto… Al posto del famigerato "scalone", previsto dalla Legge Maroni (che dal 1/1/2008 prevedeva il passaggio da 57 a 60 anni per accedere alla pensione di anzianità), si introduce un accordo addirittura peggiore con 4 "scalini" che innalzano l’età pensionabile fino a 61 anni a partire dal 2013.

    Non solo. Le facilitazioni promesse per i lavori usuranti sono una vera presa in giro, dal momento che riguarderanno solo 5.000 lavoratori all’anno, come se il numero dei lavoratori usuranti e/o in linea e alla catena fosse di soli 150.000!

    Ben lungi dal cancellarla, questo "Protocollo d’intesa" riconferma gran parte delle figure contrattuali precarie della Legge 30 (apprendistato, contratti a termine, lavoro a tempo parziale, a progetto, occasionale…) con insignificanti correttivi e risibili "raccomandazioni" .

    Con lo stesso accordo, ancora una volta, si regalano i soldi dei lavoratori ai padroni utilizzando la cassa dell’INPS per "gli sgravi del costo del lavoro" e si regala a Confindustria la detassazione dei premi e degli straordinari! Anche la riduzione della spesa pubblica passerà attraverso l’accorpamento degli enti previdenziali (INPS-INAIL) che produrrà tagli di posti di lavoro e un probabile aumento dei contributi che gravano sulle busta paga.

    Altro che "separazione" delle casse di assistenza e previdenza! Il protocollo prevede la consegna della cassa previdenziale dei lavoratori dipendenti al Ministero del Tesoro che, da ora, deciderà del suo uso in totale autonomia…saccheggia ndola a piacere per le spese di assistenza e decidendo poi di quanto il coefficiente di calcolo delle pensioni deve essere abbassato per "liberare" le risorse necessarie.

    E tutto questo "automaticamente" , cioè senza nemmeno più nessun obbligo di discussione con le parti sociali. In questo modo, il Fondo Pensioni dei lavoratori dipendenti viene tolto da ogni controllo di coloro che versano materialmente i contributi per finanziarlo.

    Infatti, i lavoratori e le lavoratrici continueranno a versare i contributi per un fondo che servirà "anche" a pagare pensioni sempre più esigue, ma sulla cui destinazione effettiva non avranno più voce in capitolo.

    Il rafforzamento del suo "equilibrio di bilancio" passa attraverso una netta separazione tra "assistenza" e "previdenza", l’eliminazione delle evasioni contributive e l’individuazione di nuove forme di finanziamento del sistema previdenziale pubblico agganciate al fatturato delle aziende. Ma questo disturberebbe i mandanti della contro-riforma: il grande capitalismo italiano ed europeo più interessato a finanziare le proprie politiche di potenza economico-militari che sostenere le esigenze immediate dei lavoratori!

    Per impedire lo scippo delle pensioni e l’attacco al potere d’acquisto dei salari.

    Per un controllo del Fondo Lavoratori Dipendenti da parte dei lavoratori contrattando con le RSU i coefficienti pensionistici da cui dipenderanno le pensioni di domani.

    Costruiamo in ogni posto di lavoro e sul territorio "comitati unitari contro lo scippo delle pensioni" indipendentemente dalla sigla sindacale d’appartenenza.

    Costruiamo un’opposizione di classe al governo Prodi e alle sue politiche di guerra, precarietà e sfruttamento.

    Su queste basi il coordinamento nazionale per l’unità dei comunisti sosterrà un appello di delegati e delegate per invitare tutti i lavoratori, le RSU, le correnti sindacali e le organizzazioni del sindacalismo di base alla costruzione di mobilitazioni e scioperi unitari.

    i compagni e le compagne del
    "coordinamento per l’unità dei comunisti"

    cuclavoro@yahoo. it  

    Nascita del "Comitato italiano per la giustizia dei Cinque"

     

    L'incarcerazione dei cinque agenti cubani, detenuti oramai da quasi nove anni nelle carceri statunitensi, rappresenta per molti versi una lesione dei principi internazionalmente riconosciuti dello Stato di diritto.
    Risultano, infatti, del tutto pretestuose le accuse di omicidio e spionaggio per le quali sono stati condannati a pesanti pene detentive i cinque agenti cubani, che svolgevano attività volte esclusivamente a prevenire attentati terroristici sul suolo cubano ed altrove, reperendo informazioni in modo nonviolento.
    L'amministrazione statunitense, avvertita dalle autorità cubane e richiesta di collaborazione nella repressione del fenomeno terroristico che veniva organizzato a partire dal suo territorio, non ha ottemperato all'obbligo di cooperare contro il terrorismo sancito dal diritto internazionale vigente.
    Il processo, come ravvisato dal panel di appello di Atlanta nella sentenza dell'agosto 2005 e dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie nel parere dello stesso anno, non ha rispettato gli standard minimi del trattamento processuale equo, stabiliti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dagli Stati Uniti, e dalla Costituzione statunitense.
    Per giunta, i diritti umani dei cinque sono stati ulteriormente violati con lunghi periodi di detenzione in isolamento, del tutto ingiustificati alla luce delle stesse regolamentazioni carcerarie, e l'immotivato rifiuto di incontrare i parenti più prossimi.
    Un appello indirizzato al Congresso statunitense da varie decine di deputati e senatori italiani è rimasto finora senza alcuna risposta.
    Per tutti tali motivi abbiamo ritenuto importante costituire un "Comitato Italiano per la giustizia dei Cinque" e lanciare un ulteriore appello indirizzato alla società civile, alle associazioni democratiche e culturali, ai movimenti politici e ai nostri parlamentari in difesa dei diritti dei cinque agenti cubani e dell'ordinamento giuridico internazionale.
    Una conferenza-stampa sarà tenuta entro settembre per informare sugli sviluppi della situazione e le attività del comitato.

    Componenti del "Comitato Italiano per la giustizia dei Cinque" :
    Heidi Giuliani, Franca Rame, Manuela Palermi,
    Luciano Vasapollo, Fabio Marcelli, Luca Baiada,
    Sabina Siniscalchi, Iacopo Venier, Luciano Pettinari,
    José Luiz Del Roio, José Luis Tagliaferri, Franco Forconi.
    Coordinatore : Franco Forconi.
     

    August 03

    Analisi del quadro internazionale

     

    Pubblico questo documento della ex-Commissione Internazionale dell'organizzazione di cui faccio parte, il Comitato Comunista A.Gramsci.

    1. L’imperialismo: crisi di sovrapproduzione e soluzione «warfare».

    Dalla fine degli anni Sessanta i paesi imperialisti vivono una crisi di sovrapproduzione d’una portata tale che non ha precedenti se non nella crisi della seconda metà degli anni Venti, che condusse al crollo della Borsa di Wall Street ed al generale riarmo: solo il secondo conflitto mondiale poté risolvere, temporaneamente, tale crisi. Ultimata la ricostruzione post-bellica, gli Stati Uniti si rivelarono la potenza imperialista dominante, anche a seguito della decadenza del modello di sfruttamento colonialista, i cui massimi rappresentanti furono gli imperi egemoni di Francia e Gran Bretagna. La potenza statunitense aggredì, dunque, la Corea, il Vietnam, il Laos e la Cambogia, ma anche incoraggiò e sostenne i colpi di Stato contro i governi popolari – in funzione preventiva anticomunista – di Indonesia e Filippine: sfruttando il prestigio della loro nuova posizione di superpotenza economica, politica e militare tentarono di sottomettere le energie economiche, le decisioni politiche e le organizzazioni militari del nuovo sistema imperialista e d’inserirle entro un ordine atto a contenere – e combattere – l’influenza rappresentata dal nemico strategico URSS, soprattutto a seguito della vittoria del socialismo in Cina. Con l’accerchiamento strategico di Unione Sovietica e Cina, i "piccoli" paesi del Sud-Est asiatico, investiti dall’aggressione imperialista a guida statunitense, vennero ad assumere un ruolo strategico di primo piano: il sistema imperialistico dispiegò non solamente il controllo politico-militare nell’ottica di contenimento del movimento comunista e degli imperversanti movimenti di liberazione anticolonialista ed antimperialista, ma anche il controllo sulle risorse energetiche e materie prime. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle dimensioni ridotte di tali paesi: dai complessi militar-industriali furono «piazzate» contro di essi quantità di merci militari notevolmente maggiori rispetto ai conflitti mondiali precedenti. Tuttavia, ciò non fu sufficiente a rimuovere lo spauracchio d’una crisi di sovraccumulazione che si rivelava di scala sempre più vasta. Essa fu inoltre aggravata dal concludersi della guerra in Vietnam e da quella sorta di compromesso storico che fu la dottrina della"coesistenza pacifica" fra sistema imperialista e campo del socialismo reale. La crisi rischiò d’incancrenirsi dopo il crollo del blocco sovietico. A seguito del tentativo da parte dell’Iraq di riappropriarsi del Kuwait nel 1991, la guerra che ne conseguì permise agli Stati Uniti di porvi un argine, distanziando i propri concorrenti imperialisti che – Giappone ed Europa occidentale in primis – s’andavano pericolosamente avvicinando, mentre obiettivo statunitense era condizionare il sistema imperialista in genere, di cui oggettivamente facevano parte anche i diversi concorrenti-alleati, alla sua volontà. Non pochi commentatori di rilievo rilevarono come gli Usa avessero lasciato intendere all’Iraq la non intromissione nel conflitto per gettare le basi del controllo delle risorse energetiche del secondo produttore mondiale di greggio e liberarsi di merci sovraprodotte, facendone pagare i costi alle economie autonomizzate di Germania e Giappone, che avevano accumulato ingentissimi profitti durante la Guerra Fredda.

    2. Una nuova ondata di crisi economica ed egemonica statunitense.

    Il rilancio dell’accumulazione statunitense fu di breve durata: nel 2000 una nuova ondata di crisi sommerse la ripresa economica. Nel contempo, una volta ridotto il comunismo nuovamente ad uno spettro, Giappone e paesi dell’Europa occidentale, stanchi di pagare i costi delle guerre nord-americane, rafforzarono la tendenza ad autonomizzarsi dal blocco statunitense: se per un verso il Giappone metteva in discussione una Costituzione imposta dagli Stati Uniti dopo la vittoria nel 1945 che impediva il riarmo del paese, per l’altro ripartiva, con un ventennio di ritardo, il processo d’integrazione economica e monetaria dell’Unione Europea attorno all’asse imperialista franco-tedesco. Inoltre la Repubblica Popolare Cinese – pur mirando progressivamente ad un modo di produzione misto, in cui confliggevano settori di società a favore d’una nuova NEP ed altri che premevano per un capitalismo di Stato – costituiva un crescente pericolo per l’egemonia statunitense. Peraltro in Russia, con il passaggio dal governo Eltsin al governo Putin, la ‘minacciosa’ crescita di consensi attorno ai comunisti spinse la borghesia del paese a mettere in discussione la tattica di svendita delle strutture produttive e delle materie prime alle multinazionali dei paesi imperialisti e la completa sudditanza a quest’ultimi in politica estera. Del resto, nonostante la Russia avesse espresso decisa contrarietà all’aggressione imperialista di quel che rimaneva della ex Federazione socialista di Jugoslavia – avendo in essa l’ultimo alleato in Europa orientale –, l’esser stata effettuata egualmente dimostrava come da parte dell’imperialismo Usa, nonostante la resa senza condizioni dichiarata dalla classe dirigente russa sino ad allora, non vi sarebbe stata alcuna concessione: guai ai vinti! Iniziava, in tal modo, la strategia di riavvicinamento della Russia alla Cina, nel tentativo d’impedire le tendenze centrifughe delle repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche: le dirigenze di queste, infatti, cedevano ai diktat degli anglo-americani per arginare i gruppi fondamentalisti islamici sovvenzionati, tramite Arabia Saudita e Turchia, dagli stessi nord-americani. Si aggiunga, infine, che l’India stessa, dopo aver costruito l’atomica grazie al sostegno statunitense, ne subiva ora l’ipocrita embargo, che la spingeva alla distensione con la Cina ed al rilancio degli accordi con la Russia. In tal modo entrò decisamente in crisi la strategia dell’imperialismo statunitense d’accentuare i contrasti fra le emergenti potenze di Russia, India e Cina che, dai tempi di Kissinger, aveva raggiunto ottimi risultati.

    3. Le nuove alleanze.

    Il crollo delle sanguinarie dittature militari anticomuniste nelle Filippine, Indonesia, Malesia e Corea del sud rese ancor più incerto il blocco d’alleanze statunitensi e le stesse fedelissime «tigri asiatiche» subirono in seguito spaventosi crolli in Borsa a causa delle speculazioni nordamericane, volte a scaricare sui fedeli vassalli e sul Giappone le drammatiche conseguenze della crisi di sovrapproduzione. Il processo di distensione fra le due Coree impedì ancor più agli Stati Uniti di giustificare la presenza nell’area del poderoso contingente militare, permanente minaccia all’espansione economica cinese. S’infranse l’accordo interimperialistico fra Usa e Francia sottoscritto in Africa in ottica anticomunista, mentre con insistenza s’affacciò la Libia, assieme alla Cina, quale nuovo competitore in quel continente. Lo stesso ‘cortile di casa’ sudamericano cominciò a traballare, in primo luogo per la rinascita di movimenti antagonisti e di classe, in secondo luogo per la politica sempre più manifestatamente antimperialista della Repubblica bolivariana di Venezuela. In Medio Oriente il trattato capitolazionista di Oslo parve sempre più destinato a saltare dinanzi alla seconda Intifada ed Iran, Iraq ed altre componenti dell’OPEC – a partire dalla Nigeria, liberatasi dalle decennali dittature di destra al soldo delle multinazionali – sembrarono convenire con il Venezuela una comune strategia indipendente dai diktat imperialisti. Infine, se per un verso s’era in prossimità del picco d’estrazione del petrolio, risorsa energetica decisiva per l’intera economia capitalistica, per l’altro gli Stati Uniti rischiavano il collasso per l’esorbitante debito pubblico e privato: la signoria del dollaro difatti, dovuta al suo status di valuta di scambio internazionale e in primo luogo ai petroldollari, fu posta sempre maggiormente in discussione dall’Euro, che s’andò proponendo quale nuova possibile valuta di scambio internazionale. Solo una guerra avrebbe potuto trarre in salvo l’egemonia Usa, una guerra di durata infinita, che avrebbe messo a dura prova le pie illusioni negli organismi internazionali.

    4. Oggi: il terreno di scontro delle «nuove guerre» è «ovunque», il nemico è «invisibile»

    Fu necessaria, tuttavia, la generazione d’un nemico cui addossare le responsabilità del conflitto: questo fu il «terrorismo». È tuttora incerto se gli eventi dell’11 settembre 2003 furono il prodotto del noto ‘utile idiota’ – ovvero d’un attacco concordato, come fu per Pearl Harbur – o di divisioni delle SS tedesche travestite da militari polacchi che aggredirono il Terzo Reich o di fascisti mascherati da – infiltrati fra – anarchici come fu nella nostrana ‘strategia della tensione’. Distinzioni, in ultima istanza, di lana caprina: già Aristotele notò come una non-azione fosse pur sempre un agire e tutto lascia credere che settori decisivi dell’apparato militar-industriale statunitense avessero più o meno goffamente intonato un sinistro let it be dinanzi agli attacchi alle Torri gemelle. É, tuttavia, accertato come i piani d’aggressione ad Afghanistan ed Iraq fossero stati ideati già diverso tempo prima della provocazione dell’11-9 e come non s’attendesse che quest’ultima per condurli a termine. I fratelli-nemici Giappone ed Unione Europea, i competitori Russia ed India e persino gli avversari cinesi non possedevano adeguata capacità ideologica e militare atta a contrastare la strategia unilaterale statunitense e dovettero acconsentire all’aggressione all’Afghanistan, volta ad instaurare basi militari per il controllo geopolitico ed energetico dei paesi ex-sovietici dell’Asia centrale. Ancor meno tali paesi furono disponibili a lasciare all’imperialismo degli Stati Uniti l’Iraq, secondo produttore mondiale di petrolio che, peraltro, aveva deciso di venderlo in euro ed aveva firmato concessioni per l’estrazione a ditte cinesi e russe, oltre che europee. UE e Giappone rifiutarono di pagare ancora una volta le merci in sovrannumero statunitensi volte a annientare l’Iraq. Il trionfo Usa dinanzi all’esercito iracheno fu tanto agevole quanto si rivelò impossibile la pacificazione d’un paese nel suo complesso contrario all’occupazione, addestrato e preparato al conflitto armato dalla sua travagliata storia e dallo stesso partito Baath. Simile fu l’esito in Palestina, dove i sionisti-israeliani, strumento della penetrazione imperialista in Medio Oriente, riuscirono a piegare militarmente la seconda Intifada, ma nulla poterono contro la determinazione d’un popolo, quello palestinese, tante volte piegato e pur mai spezzato, che nelle sue più recenti elezioni ha espresso il più netto ripudio della strategia capitolazionista al limite del collaborazionismo inaugurata dai trattati di Oslo. Inoltre, se la strategia unilaterale statunitense riuscì a risolvere militarmente – e certo momentaneamente – le contraddizioni inter-imperialistiche con UE e Giappone, tuttavia non poté arrestare il processo di riavvicinamento fra Russia e Cina, che nel 2005 compirono le prime esercitazioni militari congiunte. L’Iraq fu attaccato sotto la falsa accusa di possedere armi di distruzione di massa, nonostante fosse stato costretto a subire il controllo d’ispettori ONU, non di rado sottoposti agli Stati Uniti. La distruzione stessa dei pochi missili rimastigli e la rassicurazione dei suoi assalitori rispetto al possedimento d’armi in grado di causare ingenti danni favorì, in ultima istanza, l’aggressione imperialista. Così, se la Libia di Gheddafi chinò la testa e rinunciò alla strategia antimperialista, Iran, Corea del Nord, Cuba e Venezuela reagirono intensificando la loro conflittualità in risposta agli imperialismi. L’affermazione elettorale dei ‘guardiani della rivoluzione’ in Iran ha spinto il paese a rigettare le politiche del precedente governo ‘riformista’ di resa condizionata, rinfocolando l’originario spirito antimperialista della rivoluzione iraniana, ricompattando la nazione, pur a discapito del conflitto di classe, di contro alle disgregatrici tendenze dell’«arricchitevi» precedentemente rivolte alla società civile. La Repubblica Democratica di Corea si è vista costretta a disimpegnarsi dal Trattato di non Proliferazione Nucleare e ad annunciare la costruzione d’armamenti atomici in grado di porla a riparo, quantomeno contingentemente, da aggressioni statunitensi. Il Venezuela ha dato vita ad una riserva composta da oltre un milione e mezzo di civili, cui ha distribuito centinaia di migliaia di kalashnikov importati dalla Russia, secondo l’esempio della milizia popolare cubana che, nonostante l’abbandono dell’Urss in preda alla Glasnost, dissuase o impedì alle mire statunitensi d’invadere l’isola. La rivoluzione cubana, non più isolata si è liberata dalla necessità di puntare tutte le sue speranze di sopravvivenza sulle instabili contraddizioni interimperialiste, si è rafforzata anche dal punto di vista economico e ha dato nuovo vigore all’internazionalismo proletario che la ha da sempre caratterizzata.La strategia di destabilizzazione condotta dall’imperialismo francese e statunitense e dallo stato sionista in Libano ha portato al ritiro della Siria da questa regione, ma anche ad un rafforzamento della resistenza Hezbollah ed all’arrestarsi delle tendenze liberalizzanti presenti nel governo siriano, che ha stretto alleanza con l’Iran e ha importato armi a tecnologia avanzata da Russia, Cina e Repubblica Democratica di Corea.In Africa, pur arretrato ed indebolito, il governo, grazie all’internazionalismo proletario di Namibia e Zimbawe, ha arrestato l’aggressione da parte di Ruanda e Burundi, guidati da ascari dell’imperialismo, della Repubblica Democratica del Congo, che ha prodotto quattro milioni di vittime; il Sudan ha dovuto cedere nel sud del paese e firmare la pace con il movimento autonomista di Garang finanziato dall’imperialismo, ma ha rafforzato i legami con la Cina; lo Zimbabwe di Mugabe, infine, è riuscito grazie al sostegno di Cina e Libia a respingere la strategia controrivoluzionaria e neocolonialista anglo-americana.

    5.

    Il fronte dell’America Latina: fra conflitto sociale e lotta antimperialista.

    Particolarmente in Sud America e, parzialmente, in Centro America le componenti popolari e governative antimperialiste si sono rinvigorite al di là delle più rosee previsioni. La Rivoluzione cubana, non più isolata e costretta nell’angolo è, al contrario, tornata all’offensiva sostenendo il radicamento e la radicalizzazione della Rivoluzione bolivariana venezuelana e dei movimenti sociali che hanno attivamente sostenuto l’attuale presidente di Bolivia Evo Morales. I governi delle borghesie nazionali e vagamente socialdemocratiche di Brasile, Argentina ed Uruguay – alleati con componenti comuniste in ruolo subalterno – svolgono una funzione raffrontabile, per molti versi, a quella del governo sudafricano: pur avendo accantonato le rivendicazioni dei movimenti sociali che tanto avevano contribuito alla loro elezione e pur avendo in taluni casi represso le frange dei movimenti popolari più consapevoli conducono, in ogni caso, una politica ‘concorrenziale’ nei confronti delle multinazionali imperialiste e hanno scalzato le borghesie compradoras che precedentemente avevano svenduto le ricchezze nazionali. Se in Ecuador non mai son finite le lotte sociali di movimenti proletari ed indigeni, nelle venture elezioni in Perù potrebbe affermarsi un governo nazionalista e antimperialista. In America Centrale si sono rafforzati i sandinisti in Nicaragua ed il Frente Farabundo Martì in Salvador, mentre in Guatemala, Panama e Costarica crescono i movimenti d’opposizione al Trattato di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) con gli Stati Uniti. Anche a Haiti, nonostante la controrivoluzione portata avanti dagli imperialismi di Francia, Usa e Canada e la presenza di truppe occupanti dell’ONU a guida brasiliana e cilena, la popolazione ha imposto con la lotta un presidente disponibile ad una collocazione equidistante fra l’asse cubano-venezuelano e l’asse imperialista nord-americano ed europeo, in parte assimilabile a quella del governo cileno di Bachelet. In Messico, infine, dinanzi ad un risveglio dopo un lungo letargo del movimento zapatista che pare determinato a riorganizzare i movimenti sociali, sembrerebbe andarsi affermando alle prossime elezioni un governo di centro-sinistra, via di mezzo fra quello cileno e brasiliano. Gli stessi movimenti guerriglieri che, dopo la caduta del blocco sovietico, parevano ai più ‘residui del passato’, nonostante l’isolamento internazionale ed il rafforzamento dell’interventismo Usa non si sono arresi: a Portorico prosegue la lotta di liberazione nazionale, in Colombia e nelle Filippine le principali organizzazioni rivoluzionarie hanno mantenuto se non rafforzato le proprie posizioni, avanza la guerra popolare in Nepal ed India. Nel mentre paiono riaccendersi nuovi fuochi in Ecuador, Perù e Messico. Infine diversi paesi, al di là di Cuba e Corea del Nord, hanno governi con alla guida partiti comunisti o socialisti di sinistra, sebbene al loro interno sempre maggiormente stiano prendendo il sopravvento componenti che ritengono necessario anteporre alla costruzione del socialismo lo sviluppo d’un capitalismo di stato: Cina, Vietnam, Laos ed in parte Cambogia, Namibia, Bielorussia e Moldavia.

    6. L’imperialismo europeo.

    Assai più inquietante lo scenario europeo. Dopo aver recalcitrato nel finanziare la guerra in Iraq e sul metodo di spartizione delle risorse di quel paese adottato dagli Usa quale ‘poco multilaterale’, Francia e Germania – assi portanti del costituendo imperialismo europeo – si son presto riallineati a quest’ultimi quali veri «fratelli-nemici» (così Marx declinava i contraddittori rapporti interimperialistici): nella stretta della morsa dell’embargo attorno alla gola di Cuba; nella criminalizzazione, quali terroristi, dei movimenti guerriglieri comunisti e dei gruppi che lottano per la liberazione nazionale; nel colpo di stato fascista con conseguente occupazione militare di Haiti; nella costrizione della Siria a ritirarsi dal Libano per aggredirne le forze di resistenza; nella criminalizzazione della legittima aspirazione del popolo iraniano a dotarsi del nucleare civile e dell’altrettanto legittima resistenza del popolo iracheno contro l’occupazione interimperialista, al contempo incitando azioni terroristiche volte a fratturare confessionalmente l’unità della nazione irachena; nell’estendersi d’un colpo di stato contro il governo progressista di Bielorussia che non vuole cancellare le conquiste sociali dell’epoca sovietica, rifiuta l’adesione alla NATO e la svendita del paese alle multinazionali imperialiste; nel pieno sostegno alle politiche sioniste volte a criminalizzare la resistenza palestinese ed il governo anti-collaborazionista uscito dalle ultime elezioni. Al contempo procede spedita – nonostante il forte rigetto delle politiche liberiste del Trattato Costituzionale Europeo da parte del proletariato francese ed olandese – la liberalizzazione dei servizi, la precarizzazione della forza-lavoro e le privatizzazioni dei residui di ‘stato sociale’, secondo le linee degli accordi Gatts europeizzati nella direttiva Bolkestein.

    7. Asinistra ed a sinistra dell’imperialismo europeo.

    Fra i partiti comunisti o socialisti di sinistra dei paesi imperialisti europei di Francia, Italia, Spagna e Germania, pur in presenza d’opposizioni interne, s’assiste ad una ripresa dell’Eurocomunismo, ovvero di chi sceglie di porsi, senza abiurare il conflitto di classe e la lotta per la pace, negli anni ottanta sotto l’ombrello protettivo della NATO ed oggi del costituendo imperialismo dell’Unione Europea. Vi sono invece in altri paesi, in generale meno sviluppati capitalisticamente (con l’eccezione del PTB in Belgio) forze comuniste disponibili a costruire una dura opposizione all’imperialismo europeo come in Portogallo e Grecia. Il KKE greco ed il PTB belga s’evidenziano quali partiti comunisti maggiormente attivi, pur con significative contraddizioni, nell’essenziale tentativo di ridar vita ad un coordinamento di forze comuniste e socialiste di sinistra a livello internazionale.

    8. Prospettive di lotta e lotte di prospettiva: dissenso sociale, conflitto di classe e solidarietà internazionalista.

    Va, infine, considerata con attenzione l’evoluzione dei movimenti sociali che si sono opposti e s’oppongono, più o meno coscientemente, alla globalizzazione imperialista. La prospettiva interclassista e la mancanza d’una teoria rivoluzionaria ha impedito loro di consolidare l’ampio dissenso sociale ch’erano riusciti a far nascere nuovamente nell’opporsi all’aggressione imperialista dell’Iraq. E’ tuttavia assai probabile – ed in parte già accaduto – che l’avanzarsi della crisi di sovrapproduzione e, dunque, della guerra, con l’inevitabile attacco alle condizioni di riproduzione del proletariato anche nei paesi imperialisti ed il drastico ridimensionamento delle libertà formali borghesi, condurranno inevitabilmente ad un loro radicalizzarsi mediante il risveglio della lotta contro le spese belliche dei governi, la presenza di basi straniere e le alleanze militari della NATO. Vengono progressivamente meno le illusioni nella democrazia borghese – via via costretta a mostrare il suo volto reale di dominio di classe nello stato d’eccezione – ed in un presunto ‘modello sociale europeo’ sempre più indistinguibile, se non nelle contraddizioni interimperialiste, da quello statunitense. Ciò è massimamente evidente negli organismi internazionali – primo fra tutti l’ONU – sempre più egemonizzati dalle potenze capitaliste dominanti, nelle ONG e nella società civile il cui interclassismo appare progressivamente inadeguato dinanzi all’acutizzarsi del conflitto di classe a livello nazionale ed internazionale. Ferma restando, per i comunisti, la concezione per cui il miglior sostegno ai movimenti rivoluzionari e di liberazione nazionale consista nell’intensificazione del grado di conflittualità della lotta di classe contro l’imperialismo o il capitalismo del proprio paese, la solidarietà internazionalista e l’internazionalismo proletario rimangono momenti chiave della pratica rivoluzionaria. In mancanza d’un preciso quadro dello stadio cui è giunta la lotta di classe a livello internazionale, la tattica e la strategia dei movimenti rivoluzionari rimangono miopi o corrono il rischio di precipitare nell’avventurismo o nell’immobilismo. La storia ha mostrato come la possibilità di sviluppo del socialismo in un solo paese sia decisamente limitata ed alle lunghe insostenibile dinanzi alla necessità d’osteggiare un mercato mondiale dominato dal capitalismo. Infine la concezione internazionalista, se non ridotta a mero ausilio o solidarietà volontaristica alle forze rivoluzionarie negli altri paesi a fronte dell’incapacità o codardia nel fronteggiare l’imperialismo nel proprio paese, è il miglior antidoto non solamente ad ogni tentazione nazional-socialista della classe lavoratrice, ma altresì alle naturali tendenze al sindacalismo, all’economicismo, al tradeunionismo: al riformismo tout court.

    9. L’Italia: fra conflitto di classe e sciovinismo imperialista

    Per quel concerne nello specifico il nostro paese, la lotta contro l’"imperialismo straccione" italiano è inscindibile dalla lotta contro l’imperialismo dell’Unione Europea e statunitense. Il tendenziale sviluppo del mercato mondiale rende i settori produttivi italiani sempre più strettamente legati alle multinazionali dei paesi capitalisti dominanti. È, ad esempio, impossibile credere di poter sopprimere la precarietà in un unico paese se non si è in grado d’arrestare le nefaste conseguenze dell’europea direttiva Bolkestein e degli accordi Gatts per la privatizzazione dei servizi pubblici a livello mondiale. Tutto ciò è evidentemente possibile unicamente ponendosi nella prospettiva di concorrere alla ricostruzione dell’Internazionale. Ogni scorciatoia – come la proposta dalla Sinistra Europea – che assuma quale priorità la riorganizzazione delle forze antiliberiste nel solo ambito dell’Unione Europea e rispettandone le ‘compatibilità’ risulta, necessariamente, votata alla subordinazione ed alla sconfitta sul piano della trasformazione radicale dei rapporti di proprietà.

    Comitato Comunista Antonio Gramsci, Roma 

    2 Agosto a Bologna: CUB in piazza per l'Abolizione del Segreto di Stato e contro l'Accordo "Welfare"

     

    Anche quest’anno la CUB è scesa in piazza per l’anniversario della strage di Bologna, con lo striscione "Mandate in pensione almeno il segreto di Stato" che racchiude il senso della contestazione al Governo Prodi: contro le stragi che hanno percorso il nostro paese ultimi 40 anni, contro l’accordo truffa su pensioni, welfare e precariato, voluto pervicacemente dal Ministro Damiano, sul palco oggi a Bologna.

    Dietro questo striscione, a distribuire volantini e a sostenerne le parole d’ordine, hanno sfilato in corteo centinaia di lavoratori. La delegazione che stava alzando lo striscione per renderlo visibile anche al palco ha subito un’ aggressione a cui la CUB si è opposta con fermezza.

    "La nostra protesta esprime un messaggio politico e sindacale che, anche attraverso l’iniziativa odierna, rappresenta migliaia di lavoratori del nostro territorio", dichiara Massimo Betti del Coordinamento regionale CUB. "Nessuno può pensare in democrazia di imbavagliare il dissenso, sia che si tratti di Tremonti, negli anni passati fischiato da tutti ed anche da coloro che oggi hanno cercato inutilmente di non farci alzare lo striscione, sia che si tratti di ministri del governo Prodi.

    "Grave invece – prosegue l’esponente della CUB - che il servizio d’ordine dell’organizzazione, di cui facevano parte anche diversi funzionari dei sindacati concertativi, abbia tentato un’aggressione nei confronti delle nostre delegate, cosa questa sì inaccettabile, che abbiamo respinto in piazza e che respingiamo sul piano politico".

    Massimo Betti ricorda inoltra che: "le due nostre delegate aggredite, da due energumeni che poi abbiamo allontanato, negli anni passati hanno raccolto migliaia di firme a sostegno della legge per l’abrogazione del segreto di stato, e che tutti gli anni queste delegate si impegnano per sostenere la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori di questa città alla manifestazione del 2 agosto".

    "Se Fassino crede che attraverso la presenza sul palco Prodi e Damiano possano far tesoro di un consenso da spendere poi sul piano sociale, è un illuso. La mobilitazione e la lotta contro l’accordo sul welfare scalderà l’autunno" conclude Betti.

    Bologna 2 agosto 2007

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